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Genesis Videogiochi

Tethered: appesi al filo del futuro (senza nausee)

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Quanto è bella la realtà virtuale, che fugge tuttavia e pare non riuscire davvero ad attecchire come dovrebbe. Eppure ci provano ancora, per nostra fortuna, con investimenti vagamente degni di nota, se inseriti in un contesto di depressione caustica.

All’arrivo di PlayStation VR mi sono preso alcune settimane per provare, poco per volta, tutto quello che fosse possibile provare. Il primo impatto con la realtà virtuale moderna, qualche anno prima, era stato troppo stordente per non innamorarmene all’istante. Tra i giochi provati e apprezzati, mi fa piacere ricordare Tethered, un’esperienza gestionale che segnalava chiaramente come la VR potesse andare ben al di là di una generale glorificazione della visuale in prima persona.

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Inside un altro mondo

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Non mi ricordo granché di Inside (qui la mia recensione per IGN Italia), così come non riesco a individuare particolari passaggi di Limbo, il primo gioco di PlayDead, quello che assicurò al team nordeuropeo un posto sotto ai riflettori. Mi era piaciuto abbastanza, non troppo, non tanto da giustificare il riproporsi di quell’avventura ad alto contrasto e mille sfumature di nero, ma lì la questione era un’altra. Limbo era diventato, assieme a Braid di Jonathan Blow e a Castle Crashers di The Behemoth, il tedoforo del videogioco indipendente.

Inside rientra nel noioso, ma perfettamente adeguato, discorso del secondo album: quello della conferma. PlayDead è scomparsa per un bel numero di anni, avvolta nel mistero mentre al lavoro sulla sua prossima scommessa: giusto un veloce scostare il velo a un qualche incontro di Xbox pre-E3 e poi, di nuovo, l’oblio.

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Un ballo mentre si poga: Uncharted 4

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

La mia storia con Uncharted 4: Fine di un ladro, comincia con un inseguimento. Immaginatevi la scena: tangenziale est di Milano, metà mattina di un giorno feriale, densità di veicoli facilmente presumibile. Il primo tentativo di consegna della copia review del gioco si è spento in un incrocio di insulti tra il vostro caro e il servizio assistenza del corriere deputato, mi pare UPS. Il secondo, perso un intero e prezioso weekend*, è questo: quello che segue l’avviso perentorio alla sede dei postini accelerati, “vengo io, tenete il pacchetto lì da voi”. Tutto è apparecchiato alla perfezione perché si scivoli facilmente nello psicodramma.

E le attese vengono ripagate, perché dopo essermi divincolato nel dedalo di viuzze della zona industriale in cui sonnecchia il centro smistaggio del corriere, mi viene recapitato un messaggio dall’aldilà: il pacchetto è stato rimesso in consegna.

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Metal Gear Solid V: Phantom Pain, a day in the life

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Per una settimana, solo giorni feriali, mi sono svegliato, ho bevuto un caffè fissando il sole delle ultime settimane d’estate e poi sono salito sulla bici per sudare fino alla stazione del treno. Di quei cinque giorni ricordo l’arietta gentile della mattina e l’umidità porca/maledetta del pomeriggio. Ricordo il disco dei Low a cui facevo spesso affidamento pedalando all’andata e le cuffie che usavo. Era la settimana di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, alla fine dell’agosto 2015. Avevo dovuto interrompere prima le vacanze per tornare e occuparmi della recensione, organizzata (con un certo livello di scorno) negli uffici di Digital Bros. Avessi potuto scegliere, avrei preferito di gran lunga evitarmi le sessioni con orario prefissato (non prima delle 9, non oltre le 18), ma alla fin fine anche quella serie di limiti e di regole hanno alimentato il “mito” di Metal Gear Solid V, ai miei occhi e nella mia memoria. Di quel brevissimo periodo, ricordo proprio tutto.

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PES 2015: un fallimento dorato

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Il fatto che nel 2013, al lancio di PlayStation 4 e Xbox One, Konami non si fosse preoccupata di farsi trovare pronta, proponendo almeno una sfida di faccia a FIFA 14, mi aveva spinto a pensare che la stessa esistenza di PES fosse a rischio. Per una serie che aveva dominato non le classifiche, ma almeno la percezione generale, all’inizio degli anni 2000, quello era un gran brutto angolo in cui trovarsi. Ma la risacca dello sfacelo delle edizioni per PS3 e Xbox 360 evidentemente tardava a ritirarsi e, a dirla tutta, gli effetti sono chiaramente visibili ancora oggi.

Quel PES era comunque stato in grado di scrollarsi di dosso la terra lanciata dal becchino, appena un anno prima, quando aveva fatto debuttare il Fox Engine. Lo stesso di Metal Gear Solid V (Ground Zeroes + Phantom Pain). Si aveva la sensazione che, per l’occasione, si fosse celebrato il battesimo dell’era di predominio totale di Kojima in Konami, ma era solo l’inizio della fine.

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Destiny come il Napoli

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L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Se esiste una recensione inutile di Destiny, oggi, è quella di IGN Italia, fortunatamente le fanno compagnia più o meno tutte le recensioni del Destiny del 2014, pubblicate all’epoca e appesantite mortalmente da un modello totalmente inapplicabile all’idea dei videogiochi come piattaforme, come servizi (Games as a service). Ma questo avevamo e, tremendamente, questo abbiamo ancora nella maggior parte dei casi oggi: tocca tenerselo e farselo andare bene (o anche no, vedete voi).

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Mario Kart 8: nudi di fronte a

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L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Puoi essere un padre di famiglia con un onorevole lavoro impiegatizio o un quindicenne scosso dalle più lancinanti scariche ormonali, un fanatico di videogiochi all’ultimo stadio con una collezione di 8000 “pezzi” o la sua ragazza, ma la verità è solo una: di fronte a Mario Kart siamo tutti con l’anima a nudo. Cominciamo con le migliori intenzioni, quelle di divertirci e sfidarci in composta allegrezza di fronte al televisore, mentre sullo schermo scorrono le sequenze di scelta del personaggio, poi del veicolo, quindi del tracciato di Mario Kart 8. Uno sguardo compiaciuto e rilassato ai compagni di giochi, una mossa gentile ma decisa del fondoschiena per dare la giusta forma al cuscino del divano mentre la telecamera virtuale compie una generosa panoramica sui curvoni del Circuito Mario Kart e il countdown scandito da Lakitu si prepara a dare il via alle ostilità. Cominciamo sempre bene e finiamo sempre nello stesso modo, tutti, nessuno escluso: schiumando rabbia e incapaci d’ingoiare il risultato finale, con l’ennesima classifica sconquassata da quella che è, palesemente, la peggiore delle ingiustizie divine. Non può finire ancora così, non è giusto, ma proprio per nulla. Eravamo primi a due curve dall’arrivo, che diavolo vorrebbe dire “quinti”? Quinti? Ma almeno secondi! Quinti cosa? MA QUINTI COSA? MA NON VI FATE SCHIFO?

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Resogun: la fortuna di nascere vecchi

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Resogun è uno splendido sparatutto, fatto di regole sottili e intriganti e potenziato da un ritmo infernale, del tutto simile alla sua deliziosa resa visiva. Funziona tutto nel migliore dei modi, peccato solo per un numero di livelli piuttosto ridotto, nonostante la complessità e la varietà delle sfide che trovano spazio al loro interno. Per gli amanti del genere è un acquisto (o un download) obbligato.

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