Categorie
Giornate

Il terrazzino

Inizio oggi una serie di post che avrei voluto cominciare qualche settimana fa, in occasione del viaggio a Liverpool. Ovvero: le recensioni delle stanze d’albergo pagate da qualcun’altro.
Partiamo quindi dall’offerta al Monte Carlo Bay Hotel proposta per tre notti da Capcom. Un voto altissimo, perché si tratta senza ombra di dubbio di una soluzione che entra di diritto nella Top Five delle stanze d’albergo costosi provate finora, quindi in qualcosa come dieci/undici anni di press tour. Che va bene che la sociopatia e Nintendo non hanno aiutato (e difatti tolgo dal conto qualche anno, anche per l’età giovanile iniziale in effetti), ma è comunque un bel risultato.

L’albergo è posto su un bel pezzettino scoglioso di terra che si lancia in mezzo al mare, sfruttato al meglio per organizzare un gigantesco complesso di piscina interna che diventa esterna + corso d’acqua (per bagni) ancora esterno, bar vista mar mediterraneo, alberi, viottoli romanticamente illuminati e quant’altro. Ma la stanza? La stanza è piuttosto grande, ma non esageratamente grande. Ha dei buoni spazi, un bell’arredamento e delle finiture né kitsch né banali, con la giusta quantità di legno e di luci soffuse, un televisore 37″ e delle abat-jour decisamente carine. Collegamento wireless gratuito e un bollitore da thé/caffé meglio del solito. Poi… poi però viene il pezzo forte, il terrazzino con divanetto e poltrone vista mare. Roba che lasciando aperta la finestra si sente il bel sciabordio delle onde. Quanto sia lussuoso il tutto lo testimoniano i prezzi del mini-bar: 7 Euro per un Kinder Bueno o delle Pringles!
Ma chiudiamo con una nota lieta: adagiata in zona vasca da bagno c’è una paperella gialla di gomma. E’ classe. 

Montecarlo Bay Hotel
Captivate ’09 – Capcom
Voto: 9

Pro: arredamento, terrazzino, internet gratuito, paperella
Contro: mini-bar cravattaro

Interno stanza
Interno stanza
Terrazzino con divanetto
Terrazzino con divanetto
Categorie
Giornate Musica

Dylan on Dylan

A 68 anni Bob Dylan potrebbe fare il Bob Dylan, il monumento di se stesso: una riproduzione in marmo della leggenda, appoggiato ancora sui palchi di mezzo mondo, come un magro e leggendario juke box con la cassa gracchiante. Nessuno troverebbe granché da ridirci. Invece, a 68 anni, Bob Dylan rifa quello che vuole del Bob Dylan che fu e che è, trovando ancora posto per rotolare un po’ dove vuole, senza apparente direzione per una casa, come quelle altre famose pietre di cui ha celebrato la voglia di esplorazione mezzo secolo fa. Completo nero e nemmeno mezza parola rivolta al pubblico, Mr. Bob fa quello che vuole, come sempre. Va dritto per la sua strada e si mette al centro del baretto, prende le strisce in sovraimpressione dei suoi testi e le legge, le strappa, le mastica e le risputa arrotolate al pubblico. Non sta effettivamente cantando. Non sta cantando come avrebbe fatto se fosse il juke box di cui sopra almeno. Sta rilanciando le parole grattate e deformate a piacimento, riarrangia le liriche come le musiche e non regala al Mediolanum Forum un’operazione nostalgia. Se dopo più di quarant’anni Dylan va ancora in giro per i quattro angoli del globo è perché non si è arreso all’idea del suo stesso mito, così deve rifare suoi i pezzi che lo hanno incorniciato nella mitologia, senza che le canzoni riescano a diventare qualcosa di più grande di lui, senza farsene possedere. Sono ancora le sue canzoni e, per tanto, ci fa esattamente quello che vuole. Il risultato è un’iniezione di sfrontatezza e rilassatezza, di indicibile magia e brividi. Primo, perché trova il punto di equilibrio tra la scaletta che gli va di fare e quella che comunque offre sufficienti motivi per farsi prendere da un coccolone (“Ballad of a thin man”, “Just like a woman”, “All along the watchtower”, “Stuck inside a mobile…”!). Secondo, perché lo show è una lavatrice del tempo, un cestello lanciato in centrifuga che riporta il palazzetto dello sport in un’altra epoca, con i fari di grosse Cadillac a illuminare la band da dietro, in mezzo a un qualche campo coltivato improvvisato palco, con le lampadine che cigolano appese sopra lo stage, in un’America di decenni più giovani. Terzo: perché per questo è l’unica occasione possibile per ascoltare questo rock. Questo modo di fare. Questo splendido inno al folk e al jazz che danzano un valzer seguendo una stratosferica sezione ritmica e vengono lanciati nell’iperspazio di Urano dalla voce di Dylan e da quello che ha avuto il coraggio di suonare la chitarra solista sulla già citata “All along the watchtower”. Per dire ai propri figli “io c’ero”, ma con un senso, e senza muschio sotto il sasso.

Categorie
Giornate

Ce n’era una

La triste vicenda di un uccello abbandonato a se stesso.
La triste vicenda di un uccello abbandonato a se stesso.

Dieci secondi fa c’era una zanzara qua, proprio davanti alla tastiera. Non c’è più. Nonostante tutte le psicopompe sul karma, la zanzara va sterminata sul nascere. E se proprio non si stermina sul nascere, almeno sull’atterraggio in zona da sterminio. Il che, comunque, vuol dire che fa caldo. Il che, comunque, vuol dire che non è inverno. E se non è inverno, è probabile che sia primavera; e se è primavera ci sono discrete possibilità che ci sia da qualche parte la Pasqua. La qualche parte, quest’anno, è stata recitata da Camògli, e lì si che faceva caldo. Ma tipo caldo. Tipo al mare. Non per nulla la gente faceva il bagno e io mi lamentavo.

La bellezza di 25 ore di fuga dall’Urbe per ricordarsi che il destino baro e crudele mi ha piazzato in un punto del mondo in cui non posso sopravvivere a teglie di focaccia bisunta e odore di salsedine. Venticinque ore per godermi piacevoli sfottò dei genoani, evidentemente dimentichi delle legnate dell’andata e ciechi di fronte alle turbe da sdoppiamento della psiche dell’arbitro Rocchi. Un bel relax, ma per troppo poco. E ora la tesi della Svampita, l’organizzazione di Jack #2, il recupero delle faccende di GMC che non si affaccendano per nulla, nuove bestemmie su Bubble Bobble Plus, un altro week end e il primo press tour a base di principato (di Montecarlo) e treno (italo monegasco?). Le foto.

Categorie
Giornate Videogiochi

Quel giorno doveva esserci l’oceano

Tetti e comignoli tagliuzzati ad arte, dall'albergo.
Tetti e comignoli tagliuzzati ad arte, dall’albergo.

Era un post tutto sommato riuscito, parlava di un viaggio a Montpellier, cascato all’incirca un mese fa. Poi la disfatta, l’ennesima: il contropiede quando sai che possono farti il contropiede. E myblog.it si succhia via l’ennesimo post non salvato per tempo, perché c’era fiducia. In un futuro migliore, in un presente con citazioni in francese (mica vero) e un passato dolcino da raccontare. Nemmeno troppo è, però c’erano le carote di Rabbids Go Home, c’era Virgin al posto di Zavvi, c’erano le stradine che salivano e poi, come per magilla, ridiscendevano tra boutique giovinastre hip-hop Eminem. C’erano i fast food non-USA, c’era la cena al ristorante Arezzo che provava a farcela, ma poi riduceva un piatto lurido e zozzo a una roba di novelle cuisine e tutto era perduto. C’erano anche riflessioni metereologiche, quelle non mancano mai. Però, come detto, myblog.it si è pappato tutto. Ora riprovo da questa parte, che a Telecom ho anche dato retta a sufficienza nella vita.