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Videogiochi

Il Natale del 1993

Un possente pre-Natale (a settembre) cambia le carte in tavola. Spazio a opossum e calcio, in odore di USA ’94.

Caro, vecchio, Brian Adams! La raccolta dei grandi successi del tizio, arrivata sotto l’albero nel 1993, è stata utile almeno due volte: per soddisfare quella voglia di risentire il pezzo della pubblicità del Chivas Regal (“Heaven”) e per insegnarmi il significato e l’utilizzo della formula scelta per il titolo, “So Far So Good”.

Fino al 1993, era andato tutto molto bene con i videogiochi del Natale. Quell’anno, la situazione non sarebbe cambiata. C’era però da registrare un generale cambio di ritmo, impresso in origine dalla caduta delle barriere regionali già protagonista del Natale del 1992. Il 25 dicembre del 1993 era stato preceduto da un’ampia parentesi, a settembre. L’uscita di Street Fighter II Special Champion Edition, il gioco più atteso della storia dei giochi attesi (da queste parti), aveva in parte intaccato lo strapotere della festa comandata.

Le tre pagine di pubblicità di FIFA International Soccer per il mercato statunitense…

Si era aperta una nuova fase, quella in cui i videogiochi venivano sempre più spesso (ma comunque raramente, in senso generale) acquistati privatamente e non recapitati dal mondo adulto, per un compleanno o cose così. Automaticamente l’attesa per l’approvvigionamento natalizio perdeva un po’ di intensità, perché è così che va a morire l’infanzia: accoltellata alle spalle dall’adolescenza capitalista. Da qui in avanti, la situazione sarebbe andata “peggiorando”, proprio come l’esistenza tutta! Non è vero, si fa per dire, sono scemenze gratis.

Le vacanze ai monti di quell’anno, intanto, mettono a registro un nuovo cambio di location: fuori le Dolomiti, dentro la Val d’Aosta, ospiti di amici di famiglia. A memoria riesco a isolare “solo” due giochi consegnati dalle ampie e generose chiappe di San Nicola: FIFA International Soccer e Rocket Knight Adventures. Anche questa volta si tratta di due pezzi da novanta della stagione più calda dell’anno del Mega Drive. A differenza del 1992, non si segnalano ingressi d’importazione, la cui quota era già stata strasoddisfatta dal colossale picchiaduro di Capcom di cui sopra.

…una cosa elegante e sottile, come capitava spesso negli anni ’90. Però che potenza!

Di FIFA International Soccer si può dire quel che si vuole e si è detto già tutto, fin dalle recensioni dell’epoca. In tanti lo incensarono come il miglior gioco di calcio visto fino a quel momento, qualcuno (pochi, in effetti) lo rispedirono in panchina declassandolo a total mod di NHL Hockey. I giocatori, in effetti, si muovevano sul campo quasi scivolando e non è che si manchi di rispetto a nessuno, se si ipotizza che il primo FIFA nascesse anche dall’esperienza accumulata da EA sul gioco tutto puck e gomitate. Quasi subito si formarono due eserciti: da una parte quelli cresciuti a pane e Amiga/PC, con i loro Sensible Soccer e Kick Off o Goal; dall’altra chi si era dedicato alle console, che naturalmente parteggiava per la spettacolare prima volta canadese di EA ed Extended Play.

Come tutte le cartucce per Mega Drive di Electronic Arts, anche quella di FIFA International Soccer aveva una forma tutta sua. Il punto di arrivo di una serie di questioni legate alle royalty e a precisi accordi stipulati tra EA e Sega, all’inizio dell’avventura a 16 bit.

Avevo passato dei bei mesi con Sensible Soccer, tanto su Mega Drive (dall’estate precedente), quanto su PC. FIFA era un’altra cosa, a partire dal ritmo, infinitamente più sensato e adatto al riprodurre una vaga idea di calcio interattivo. Non riesco davvero a capire, poi, come si potesse ritenere più credibile quanto fatto da Dino Dino e dalla Anco negli anni precedenti. Solo per la questione del pallone che non sta attaccato al piede? Sarà… Ma non è questo il momento di riaccendere la faida e comunque avevamo ragione noi.

Quella di Rocket Knight Adventures era, poi, la Konami del miglior periodo della sua storia, se lo chiedete a me (e pure se non me lo chiedete). Erano gli anni dei Parodius, dei Pop’n Twinbee, dei Castlevania di vecchissima scuola, di colori da impazzire, soprattutto su Super Nintendo. Rocket Knight Adventures, realizzato invece in esclusiva per Mega Drive, era bello da vedere, preciso e rigoroso da giocare e con tanta varietà: un po’ piattaforme, un po’ sparatutto, molto Giappone, tanto antropomorfo. Una vera spremuta di videogiochi a 16 bit. Peccato che il seguito, Sparkster (questa volta disponibile anche per Super Nintendo), fosse arrivato quando ormai ero tutto incentrato su PlayStation e Saturn: me lo sono perso completamente.

Lo spot televisivo di Rocket Knight Adventures (Stati Uniti). Anche questa volta è tutto un tributo agli anni ’90.

Due giochi, estremamente differenti tra di loro, che per l’ultima volta celebrano un Natale tutto dedicato alla console nera di Sega (e ad altro, ma mica troppo altro). In quegli stessi giorni, lì attorno, ho vaghi ricordi di un tizio che aveva il copiatore per Mega Drive, all’epoca visto come una sorta di oggetto mitologico. Alcuni erano davvero convinti che esistesse, in molti erano pronti a giurare che fosse un’allucinazione dei primi. Questo, almeno, era quello che si diceva nella mia bolla (a quei tempi c’erano solo bolle, “reali”). Un altro, invece, mi invitò a casa sua a giocare Double Dragon II su NES, mettendo così il dito in due piaghe. Double Dragon è tra i giochi che mi avevano convinto ad assillare i miei per avere qualcosa con cui giocare a casa, qualsiasi cosa. Il NES era la console del mistero: nella mia bolla residenziale/milanese, solo un compagno di classe la aveva e istintivamente avevo sviluppato un’avversione, quella che tipicamente alimenta le (oddio) “console war”. Per fortuna quel Double Dragon II non mi era piaciuto per nulla.

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