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Metal Gear Solid V: Phantom Pain, a day in the life

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Per una settimana, solo giorni feriali, mi sono svegliato, ho bevuto un caffè fissando il sole delle ultime settimane d’estate e poi sono salito sulla bici per sudare fino alla stazione del treno. Di quei cinque giorni ricordo l’arietta gentile della mattina e l’umidità porca/maledetta del pomeriggio. Ricordo il disco dei Low a cui facevo spesso affidamento pedalando all’andata e le cuffie che usavo. Era la settimana di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, alla fine dell’agosto 2015. Avevo dovuto interrompere prima le vacanze per tornare e occuparmi della recensione, organizzata (con un certo livello di scorno) negli uffici di Digital Bros. Avessi potuto scegliere, avrei preferito di gran lunga evitarmi le sessioni con orario prefissato (non prima delle 9, non oltre le 18), ma alla fin fine anche quella serie di limiti e di regole hanno alimentato il “mito” di Metal Gear Solid V, ai miei occhi e nella mia memoria. Di quel brevissimo periodo, ricordo proprio tutto.

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PES 2015: un fallimento dorato

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Il fatto che nel 2013, al lancio di PlayStation 4 e Xbox One, Konami non si fosse preoccupata di farsi trovare pronta, proponendo almeno una sfida di faccia a FIFA 14, mi aveva spinto a pensare che la stessa esistenza di PES fosse a rischio. Per una serie che aveva dominato non le classifiche, ma almeno la percezione generale, all’inizio degli anni 2000, quello era un gran brutto angolo in cui trovarsi. Ma la risacca dello sfacelo delle edizioni per PS3 e Xbox 360 evidentemente tardava a ritirarsi e, a dirla tutta, gli effetti sono chiaramente visibili ancora oggi.

Quel PES era comunque stato in grado di scrollarsi di dosso la terra lanciata dal becchino, appena un anno prima, quando aveva fatto debuttare il Fox Engine. Lo stesso di Metal Gear Solid V (Ground Zeroes + Phantom Pain). Si aveva la sensazione che, per l’occasione, si fosse celebrato il battesimo dell’era di predominio totale di Kojima in Konami, ma era solo l’inizio della fine.

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Destiny come il Napoli

Spoiler: questo articolo fa parte di una collana dedicata ai giochi della generazione che va morendosi.

L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Se esiste una recensione inutile di Destiny, oggi, è quella di IGN Italia, fortunatamente le fanno compagnia più o meno tutte le recensioni del Destiny del 2014, pubblicate all’epoca e appesantite mortalmente da un modello totalmente inapplicabile all’idea dei videogiochi come piattaforme, come servizi (Games as a service). Ma questo avevamo e, tremendamente, questo abbiamo ancora nella maggior parte dei casi oggi: tocca tenerselo e farselo andare bene (o anche no, vedete voi).

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Mario Kart 8: nudi di fronte a

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L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Puoi essere un padre di famiglia con un onorevole lavoro impiegatizio o un quindicenne scosso dalle più lancinanti scariche ormonali, un fanatico di videogiochi all’ultimo stadio con una collezione di 8000 “pezzi” o la sua ragazza, ma la verità è solo una: di fronte a Mario Kart siamo tutti con l’anima a nudo. Cominciamo con le migliori intenzioni, quelle di divertirci e sfidarci in composta allegrezza di fronte al televisore, mentre sullo schermo scorrono le sequenze di scelta del personaggio, poi del veicolo, quindi del tracciato di Mario Kart 8. Uno sguardo compiaciuto e rilassato ai compagni di giochi, una mossa gentile ma decisa del fondoschiena per dare la giusta forma al cuscino del divano mentre la telecamera virtuale compie una generosa panoramica sui curvoni del Circuito Mario Kart e il countdown scandito da Lakitu si prepara a dare il via alle ostilità. Cominciamo sempre bene e finiamo sempre nello stesso modo, tutti, nessuno escluso: schiumando rabbia e incapaci d’ingoiare il risultato finale, con l’ennesima classifica sconquassata da quella che è, palesemente, la peggiore delle ingiustizie divine. Non può finire ancora così, non è giusto, ma proprio per nulla. Eravamo primi a due curve dall’arrivo, che diavolo vorrebbe dire “quinti”? Quinti? Ma almeno secondi! Quinti cosa? MA QUINTI COSA? MA NON VI FATE SCHIFO?

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Resogun: la fortuna di nascere vecchi

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L’obiettivo è unicamente presentare i giochi che ho provato a fondo e che mi sono piaciuti in maniera particolare, per svariati motivi. Al gentile pubblico sia noto che non si vuole qui e ora selezionare quelle che ritenga essere, in senso assoluto, le migliori uscite della generazione PS4/XB1 (e Wii U/Switch).

Resogun è uno splendido sparatutto, fatto di regole sottili e intriganti e potenziato da un ritmo infernale, del tutto simile alla sua deliziosa resa visiva. Funziona tutto nel migliore dei modi, peccato solo per un numero di livelli piuttosto ridotto, nonostante la complessità e la varietà delle sfide che trovano spazio al loro interno. Per gli amanti del genere è un acquisto (o un download) obbligato.

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Musica Variopinto

Spigolature #1

In 1988 Depeche Mode were on the top of the world: their sixth LP, Music for the Masses, quickly rose to the top of the charts everywhere, culminating in an astounding worldwide tour. But something was about to change: later that year Alan Wilder started a collaboration with italian comic Francesco Salvi, “the italian answer to Andy Kaufman”, as they already were calling him. Toghether they wrote and recorded one of the most prominent song of the late eighties: “C’è da spostare una macchina”. Wilder, deeply touched by the experience, hold on for just two more LPs with Depeche Mode (the mostly disappointing Violator and Songs of Faith and Devotion), finally leaving the band in 1995. Francesco Salvi became Italy’s prime minister in 1998.

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Esistenziale Musica Videogiochi

Aching autobhan, Final Fantasy VII

L’aria calda dell’estate, all’inizio dell’estate, due anni dopo. A giugno del 1999 ho archiviato con un certo successo il mio iter scolastico diplomandomi con il massimo dei voti concessi da un triennio di chiusura vissuto pericolosamente. Il successo di cui sopra corrisponde al fatto di essere stato promosso, condizione essenziale per levarsi di dosso quella rottura e passare il tempo a giocare con le riviste di videogiochi. E anche a fare tutto quello che si spera di riuscire a fare un po’ nell’estate post-maturità e un po’ negli imminenti vent’anni.

Secondo le regole ben scritte delle commedie al cinemà, l’estate che segue il diploma è l’ultimo momento di totale pacchia, prima di finire nuovamente e perennemente tritati da università e/o lavoro. Quell’aria calda d’inizio estate del 1999, dentro cui butto la faccia mettendo la testa fuori da un finestrino di un treno interregionale come già all’epoca non ne facevano più, in realtà mi accompagna in un periodo piuttosto diverso. Nei mesi estivi e poi in quelli autunnali e poi, a guardare bene, per altri vent’anni, mi sarei occupato di capire come riempire le pagine di una pubblicazione. Stampata su carta o digitale, a cadenza mensile o quotidiana che fosse. All’epoca era principalmente PlayStation World, che aveva debuttato in edicola proprio nel mese di giugno, ma per qualche tempo (poco) sarebbe proceduta in parallelo anche la collaborazione con lo Studio Vit.

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Musica

Dischi sbagliati: Tiny Music… (Stone Temple Pilots)

Sono un sostenitore dei dischi sbagliati, ci ho costruito sopra una carriera di fedele ascoltatore. Qualcuno potrebbe leggerla come cieca obbedienza a un credo, quello della band/dell’artista a cui vuoi troppo bene per tenere il muso, ma c’entra solo in una percentuale ridotta. Tanto più che in alcuni casi la redenzione che porta il disco a trascendere lo status di “brutto” per fare il suo ingresso trionfale nella cerchia degli “sbagliati”, arriva solo dopo anni. Quindi i casi sono due: o inizialmente ero più intransigente e al tempo stesso sereno e lucido, oppure non avevo ancora la capacità di cogliere le sfumature, il senso differente di fare qualcosa e di non fare solo una cosa.

In esame ci sono soprattutto album e gruppi dell’adolescenza, per tanto ottimi motivi, tutti piuttosto banali. Da circa dodici anni (o qualcosa di meno) sto cercando di arrivare all’ultima pagina dell’eccellentissimo Retromania di Simon Reynolds, che tra le altre cose disquisisce dell’approccio intransigente alla musica tipico sia degli anni formativi, quanto più di un’epoca di disponibilità limitata della musica, quella pre-digitale insomma. Quando c’era da lottare per proteggere l’investimento fatto, soprattutto emotivo.

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Resident Evil 3: remake, demake e illusione

Siamo arrivati a un punto di equilibrio: nuovi annunci di remake ed edizioni rimasterizzate dei giochi non scatenano le classiche frange di indignados, non con la stessa regolarità di qualche anno fa. Una pace raggiunta scavalcando cadaveri tra i commenti ai piedi degli articoli, i tweet da reflusso gastrico e le sparate a occhi chiusi. Preparatevi a tornare in trincea, gli scontri si riaccenderanno all’alba della nuova generazione, quando le uscite di peso sconteranno qualche calo fisiologico in quanto a frequenza.

I remaster e i remake sono comunque, sempre, una buona notizia. Spesso lo sono per chi deve tirare i conti a fine trimestre, in generale fanno buon gioco pure a noi appassionati e in generale al settore: perché preservare è bene, anche se lo si fa riproponendo e aggiornando, piuttosto che replicando l’originale. Anzi, le due cose dovrebbe andare a braccetto, di pari passo e però è chiaramente più facile per i produttori scegliere la strada del gioco (almeno visivamente) al passo con i tempi, infinitamente più vendibile rispetto al fossile coi pixelloni. E vendibile a un prezzo molto più succulento, è naturale.

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Esistenziale Musica

Quello che accade a Cesenatico (non resta a Cesenatico)

A ripensarci adesso mi pare folle aver passato (credo) tre estati a Cesenatico. Non tanto perché Cesenatico non sia degna della mia nobiltà, cosa che in effetti non è, quanto perché a Cesenatico ci sono andato con la scuola. Così, almeno, dicevo io. Altra gente, più comunista-così di me, diceva: “ah, ci sei andato coi preti”, cosa che effettivamente corrispondeva a verità. A luglio del 1993, a luglio del 1994 e, per tutti i santi, anche a luglio del 1995 ho passato due settimane a Cesenatico nella casa estiva dei salesiani (con il campo vacanze di quella che era la mia scuola di tutti i giorni a Milano).

Della casa-vacanze a Cesenatico, che a ripensarci, stilisticamente, doveva molto alle linee morbide e suadenti del ventennio, ricordo gli stanzoni in cui si dormiva in gruppo. L’ampio spiazzo in cemento in cui cuocere e l’immenso campo da calcio a bassissimo tasso di erba e altissima presenza di polveri (sottili o meno), con un bel filare di alberi a separarlo da un prato più rigoglioso. Ricordo la spiaggia di sabbia finemente romagnola, lo stanzone centrale in cui venivano proiettati i film la sera o comunicati annunci di attività varie o di bombe esplose in giro per il Paese. Ricordo anche la camera oscura in cui sviluppare le foto dopo le ore del corso di fotografia, lo spazio all’aperto-ma-coperto coi tavoloni per mettersi a incidere a caldo il legno, mentre tirava una bella brezzolina.