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Giornate Lavoro Musica

Headphone happens!

Puoi sentirci anche gli Zero Assoluto e sentirti meno stronzo, forse.
Puoi sentirci anche gli Zero Assoluto e sentirti meno stronzo, forse.

Chiuse, circumaurali, con una frequency-response da 5 a 53.000 Hz e una normal impedence di 80 Ω, le DT 770 Pro di beyerdynamic sono una figata spaziante. Cioé, non ho veramente idea di cosa diavolo sia la normal impedence, ma, per dirne una, “Vs.” (Pearl Jam) non è mai stato sentito con tutto questo fluido di amore in circolo, almeno tralasciando i concerti dal vivo. Dolci dono del Gorman, le DT 770 Pro seguono l’evoluzione delle faccende per le orecchie e la musica avviata in maniera molto soft con gli auricolari in-ear di vario retaggio acquistati negli anni 2000. Cose belle, il difetto vero è che se oggi andassi a scuola nascondere una delle due padelle nel palmo della mano sarebbe meno probabile. E quindi dovrei pupparmi Dante nelle ultime due ore del sabato, che, si sa, non esistono.

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Giornate Musica

Michael Jackson: morto

Ci siamo jockati Jacko. *Sad face*
Ci siamo jockati Jacko. *Sad face*

Maremma! Che poi mi dovevo anche difendere quando dicevo in giro che a casa ho “Off the Wall”, “Thriller”, “Bad” e “Dangerous”. Okei, l’ultimo tutto sommato poteva anche essere fonte di comprensibili schiaffi, ma i primi due… I primi due citati non si toccano. Schioppone a 50 anni. O forse a 712, a seconda di quello che era diventato nel suo tramutarsi in un para-umano. Peccato però. Che poi, per mettere sù il ricordo personale da “piangiamo tutti contro un muro” (ahrrr!): “Bad” è stato il mio primo CD assieme a “Introducing the Hardline According to Terence Trent D’Arby”, di Terencio, per l’appunto. Era il 1987, son cose che segnano. E poi uno nato nell’80 non può che viverla con cauto terrore un momento così: la caduta dei punti di riferimento assurdi. Achtung!

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A kind of blue

Garibaldi è un pendolare.
Garibaldi è un pendolare.

Per fare un po’ il ganassa-che-ne-sa e per non arrecare troppo fastidio al mondo che, incurante di tutto, continua a girare qua attorno, ho messo “A kind of blue” di Miles Davis. In ufficio, a volume quasi inesistente (e attraverso le miserrime “casse” dell’Eee PC, che quindi è tutto dire). Non si dovrebbe fare, vista la mancanza di porte, ma date anche le altre mancanza (in ordine: di due su quattro dell’affiatatissimo team, di reattività alla vita da parte del sottoscritto causa orari per ora infami, di reale lavoro da portare a termine) mi sono sentito quasi giustificato.
Il dramma di riuscire a riprendere i ritmi scolastici fusi con quelli delle uscite dagli uffici dei pendolari e conseguente ritorno sulla Milano-Lecco (via Carnate). La voglia di fare foto la mattiina presto andando verso la stazione e poi scoprire che… anche no. Il caffé questa mattina al tabacchino di Osnago, con vicino una simpatica vecchina che attende spazientita il gestore alla cassa (“vorrà prendere un bel cornetto e ricordare i tempi in cui i treni arrivavano in orario grazie al Grande Capo”, penso, “e invece quello là [il gestore, nda] sta al videopoker a tirar fuori le quintalate di monetine che i poveracci gli hanno lanciato dentro”, concludo). Poi invece scopro che la vecchina voleva farsi cambiare un cinquantone per discoglierlo nei suddetti videopoker. E già la poesia della mattina presto che ti mette voglia di fare viene nuclearizzata sul nascere.
Ora dovrei proprio mettere sù quel disco là del Dr. Young che non ho ancora mai messo: “On the beach”. Per vedere se è tanto facile entrare in depressione da sonno.

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Pure morning

Non mi ero ancora accorto che ci fosse così tanta ironia a Osnago.
Non mi ero ancora accorto che ci fosse così tanta ironia a Osnago.

Le ultime volte che è successo c’era un aereo da prendere o qualcosa di letteralmente straordinario: mi sono svegliato alle sette meno un quarto. Di mattina, precisazione meno banale del previsto quando si parla di vita da freelance. E difatti non è più vita da freelance: dal 22 giugno 2009 e per un anno (rimanendo nel campo delle certezze) ho firmato una quantità di fogli che mi incasellano come Redattore Web dell’ufficio New Media di Giunti Editore. Il che si traduce nel dover raggiungere Milanofiori ogni mattina entro le nove. Ovvero: sveglia alle 6.45 circa. Ma il primo viaggio ha già dimostrato che c’è ampia manovra di ottimizzazione, così come ai tempi gloriosi della scuola: ritengo credibilmente di poter puntare a 15 minuti (se non 20) extra di sonno, per poi affrontare in dieci minuti il contatto con la realtà, la doccia e infine la colazione/pranzo di Zero.
Il primo giorno viene  archiviato con una buona dose di (yeeeh!) ottimismo: non solo il servizio Ore Sette del Corriere della Sera ha ora una funzione imprescindibile, ma tornano anche a farsi vedere tutti quei bei momenti a base di walkman (ora naturalmente è un iPod) e di letture su treno, metropolitana e addirittura autobus. Due palle? Be’, sì, fondamentalmente un po’ due palle. Ma nemmeno troppo. In poco più di un’ora sono atterrato a Milanofiori, disperso per l’ennesima volta tra i dedali del quartiere-da-uffici tutti uguali.
Tutto molto bello, ho anche imparato dei fatti nel primo giorno di lavoro. Cosa che non succedeva da anni, per dire. Ora il ritorno, che sarà peggio dell’andata.

Ore 7:30 circa, partenza da casa.
Ore 7:30 circa, partenza da casa.
Ore 8:50 circa: arrivo a Milanofiori.
Ore 8:50 circa, arrivo a Milanofiori.
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Giornate Variopinto

Friday I’m in love

"Hold me like this for a hundred thousand million days"
"Hold me like this for a hundred thousand million days"

Non mi importa davvero se il lunedì è bigio
il martedì grigio e il mercoledì pure
di giovedì posso fingere che non mi interessi
perché è il venerdì che sono innamorato

Il lunedì posso anche ridurmi a uno straccio
il martedì e il mercoledì trascinarmi col cuore spezzato
giovedì… giovedì nemmeno capisco che sia cominciato,
perché è il venerdì che sono innamorato

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Giornate

Orsetto for teh win

Pavel "Gloria imperitura" Nedved
Pavel "Gloria imperitura" Nedved
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Giornate

Il terrazzino

Inizio oggi una serie di post che avrei voluto cominciare qualche settimana fa, in occasione del viaggio a Liverpool. Ovvero: le recensioni delle stanze d’albergo pagate da qualcun’altro.
Partiamo quindi dall’offerta al Monte Carlo Bay Hotel proposta per tre notti da Capcom. Un voto altissimo, perché si tratta senza ombra di dubbio di una soluzione che entra di diritto nella Top Five delle stanze d’albergo costosi provate finora, quindi in qualcosa come dieci/undici anni di press tour. Che va bene che la sociopatia e Nintendo non hanno aiutato (e difatti tolgo dal conto qualche anno, anche per l’età giovanile iniziale in effetti), ma è comunque un bel risultato.

L’albergo è posto su un bel pezzettino scoglioso di terra che si lancia in mezzo al mare, sfruttato al meglio per organizzare un gigantesco complesso di piscina interna che diventa esterna + corso d’acqua (per bagni) ancora esterno, bar vista mar mediterraneo, alberi, viottoli romanticamente illuminati e quant’altro. Ma la stanza? La stanza è piuttosto grande, ma non esageratamente grande. Ha dei buoni spazi, un bell’arredamento e delle finiture né kitsch né banali, con la giusta quantità di legno e di luci soffuse, un televisore 37″ e delle abat-jour decisamente carine. Collegamento wireless gratuito e un bollitore da thé/caffé meglio del solito. Poi… poi però viene il pezzo forte, il terrazzino con divanetto e poltrone vista mare. Roba che lasciando aperta la finestra si sente il bel sciabordio delle onde. Quanto sia lussuoso il tutto lo testimoniano i prezzi del mini-bar: 7 Euro per un Kinder Bueno o delle Pringles!
Ma chiudiamo con una nota lieta: adagiata in zona vasca da bagno c’è una paperella gialla di gomma. E’ classe. 

Montecarlo Bay Hotel
Captivate ’09 – Capcom
Voto: 9

Pro: arredamento, terrazzino, internet gratuito, paperella
Contro: mini-bar cravattaro

Interno stanza
Interno stanza
Terrazzino con divanetto
Terrazzino con divanetto
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Giornate Musica

Dylan on Dylan

A 68 anni Bob Dylan potrebbe fare il Bob Dylan, il monumento di se stesso: una riproduzione in marmo della leggenda, appoggiato ancora sui palchi di mezzo mondo, come un magro e leggendario juke box con la cassa gracchiante. Nessuno troverebbe granché da ridirci. Invece, a 68 anni, Bob Dylan rifa quello che vuole del Bob Dylan che fu e che è, trovando ancora posto per rotolare un po’ dove vuole, senza apparente direzione per una casa, come quelle altre famose pietre di cui ha celebrato la voglia di esplorazione mezzo secolo fa. Completo nero e nemmeno mezza parola rivolta al pubblico, Mr. Bob fa quello che vuole, come sempre. Va dritto per la sua strada e si mette al centro del baretto, prende le strisce in sovraimpressione dei suoi testi e le legge, le strappa, le mastica e le risputa arrotolate al pubblico. Non sta effettivamente cantando. Non sta cantando come avrebbe fatto se fosse il juke box di cui sopra almeno. Sta rilanciando le parole grattate e deformate a piacimento, riarrangia le liriche come le musiche e non regala al Mediolanum Forum un’operazione nostalgia. Se dopo più di quarant’anni Dylan va ancora in giro per i quattro angoli del globo è perché non si è arreso all’idea del suo stesso mito, così deve rifare suoi i pezzi che lo hanno incorniciato nella mitologia, senza che le canzoni riescano a diventare qualcosa di più grande di lui, senza farsene possedere. Sono ancora le sue canzoni e, per tanto, ci fa esattamente quello che vuole. Il risultato è un’iniezione di sfrontatezza e rilassatezza, di indicibile magia e brividi. Primo, perché trova il punto di equilibrio tra la scaletta che gli va di fare e quella che comunque offre sufficienti motivi per farsi prendere da un coccolone (“Ballad of a thin man”, “Just like a woman”, “All along the watchtower”, “Stuck inside a mobile…”!). Secondo, perché lo show è una lavatrice del tempo, un cestello lanciato in centrifuga che riporta il palazzetto dello sport in un’altra epoca, con i fari di grosse Cadillac a illuminare la band da dietro, in mezzo a un qualche campo coltivato improvvisato palco, con le lampadine che cigolano appese sopra lo stage, in un’America di decenni più giovani. Terzo: perché per questo è l’unica occasione possibile per ascoltare questo rock. Questo modo di fare. Questo splendido inno al folk e al jazz che danzano un valzer seguendo una stratosferica sezione ritmica e vengono lanciati nell’iperspazio di Urano dalla voce di Dylan e da quello che ha avuto il coraggio di suonare la chitarra solista sulla già citata “All along the watchtower”. Per dire ai propri figli “io c’ero”, ma con un senso, e senza muschio sotto il sasso.

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Giornate

Ce n’era una

La triste vicenda di un uccello abbandonato a se stesso.
La triste vicenda di un uccello abbandonato a se stesso.

Dieci secondi fa c’era una zanzara qua, proprio davanti alla tastiera. Non c’è più. Nonostante tutte le psicopompe sul karma, la zanzara va sterminata sul nascere. E se proprio non si stermina sul nascere, almeno sull’atterraggio in zona da sterminio. Il che, comunque, vuol dire che fa caldo. Il che, comunque, vuol dire che non è inverno. E se non è inverno, è probabile che sia primavera; e se è primavera ci sono discrete possibilità che ci sia da qualche parte la Pasqua. La qualche parte, quest’anno, è stata recitata da Camògli, e lì si che faceva caldo. Ma tipo caldo. Tipo al mare. Non per nulla la gente faceva il bagno e io mi lamentavo.

La bellezza di 25 ore di fuga dall’Urbe per ricordarsi che il destino baro e crudele mi ha piazzato in un punto del mondo in cui non posso sopravvivere a teglie di focaccia bisunta e odore di salsedine. Venticinque ore per godermi piacevoli sfottò dei genoani, evidentemente dimentichi delle legnate dell’andata e ciechi di fronte alle turbe da sdoppiamento della psiche dell’arbitro Rocchi. Un bel relax, ma per troppo poco. E ora la tesi della Svampita, l’organizzazione di Jack #2, il recupero delle faccende di GMC che non si affaccendano per nulla, nuove bestemmie su Bubble Bobble Plus, un altro week end e il primo press tour a base di principato (di Montecarlo) e treno (italo monegasco?). Le foto.

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