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Cannavaro alla Juve

“Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto / chi ha dato ha dato ha dato / scurdammoce o’ passato / simmo ‘e Napule, paisà”

“Cannavaro potrebbe essere utile alla Juventus, come credo a qualsiasi altra squadra. Un difensore come lui fa sempre comodo, è un grande campione con un’esperienza eccezionale. Siamo anche molto amici e lo conosco molto bene. Ovviamente con lui non si può pensare ad un progetto a lungo termine vista l’età, ma anche io ormai non sono più tanto giovane”. (Girgio Buffon a Gazzetta.it)

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Reality show

The Beatles - "Tutto Quanto"
The Beatles – “Tutto Quanto”

Il vecchio Earl aveva ragione e alla fine i miei punti karma sono serviti a qualcosa. A voler fare i pulciosi precisi i punti sono anche stati ripagati doppi. Vado per salutare e assistere alla tumefazione-in-zaino di tutto quanto dovrebbe accompagnare Svampy in tre settimane di Arizona e torno con in braccio un mega cofano blu scuro in forse-finta pelle: la discografia completa dei Beatles. Da intendersi in senso letterale: i dischi, in vinile. Tutti. Dono assolutamente fuori catalogo, fuori previsione, fuori tempo, fuori tutto. In almeno tre occasioni di Amoeba Music mi sono fermato alla “B”, passando i dischi uno dopo l’altro, cercando di decidere da dove cominciare gli acquisti: in ordine cronologico? Dal “White Album” che è sempre il “White Album”? Da “Sgt. Pepper’s” che comunque, santa padella, che vuoi dirgli? O forse da “Revolver”, che ultimamente sto pensando che sia meglio di quegli altri due? Da dove da dove? Dal nulla, tre volte alla cassa con tutt’altro, senza il coraggio di prendere una decisione scarafaggiosa. E ora, grazie all’evidente squilibrio di generosità del Dott. Santilli Papà, tutti. Così, gratis. E’ all’incirca come vincere una lotteria a cui non ho partecipato e me ne vado dalle case (berlusconiane no?) di Brugherio con un po’ un senso di ingiustizia clamorosa, nonostante le rassicurazioni di Donna Lucia. Dopodiché arrivo a casa, tiro fuori “Please, Please Me” e lo lascio lì per un’ora. Dovrei aprirlo, ma non so come fare. Sono tutti belli incellophanati, non ho il coraggio di aprirli. Ma lasciare tanto ben di Dio imbustato è un delitto e dato che i dischi vanno sentiti e non sarcofagati, dopo un bel po’ sventro la prima pellicola, con un ritorno di odore plasticoso di qualche decennio fa. E ora sta girando contento, mai quanto me ovviamente. 🙂

BeatlesVille, particolare
BeatlesVille, particolare
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Giornate Musica

Dylan on Dylan

A 68 anni Bob Dylan potrebbe fare il Bob Dylan, il monumento di se stesso: una riproduzione in marmo della leggenda, appoggiato ancora sui palchi di mezzo mondo, come un magro e leggendario juke box con la cassa gracchiante. Nessuno troverebbe granché da ridirci. Invece, a 68 anni, Bob Dylan rifa quello che vuole del Bob Dylan che fu e che è, trovando ancora posto per rotolare un po’ dove vuole, senza apparente direzione per una casa, come quelle altre famose pietre di cui ha celebrato la voglia di esplorazione mezzo secolo fa. Completo nero e nemmeno mezza parola rivolta al pubblico, Mr. Bob fa quello che vuole, come sempre. Va dritto per la sua strada e si mette al centro del baretto, prende le strisce in sovraimpressione dei suoi testi e le legge, le strappa, le mastica e le risputa arrotolate al pubblico. Non sta effettivamente cantando. Non sta cantando come avrebbe fatto se fosse il juke box di cui sopra almeno. Sta rilanciando le parole grattate e deformate a piacimento, riarrangia le liriche come le musiche e non regala al Mediolanum Forum un’operazione nostalgia. Se dopo più di quarant’anni Dylan va ancora in giro per i quattro angoli del globo è perché non si è arreso all’idea del suo stesso mito, così deve rifare suoi i pezzi che lo hanno incorniciato nella mitologia, senza che le canzoni riescano a diventare qualcosa di più grande di lui, senza farsene possedere. Sono ancora le sue canzoni e, per tanto, ci fa esattamente quello che vuole. Il risultato è un’iniezione di sfrontatezza e rilassatezza, di indicibile magia e brividi. Primo, perché trova il punto di equilibrio tra la scaletta che gli va di fare e quella che comunque offre sufficienti motivi per farsi prendere da un coccolone (“Ballad of a thin man”, “Just like a woman”, “All along the watchtower”, “Stuck inside a mobile…”!). Secondo, perché lo show è una lavatrice del tempo, un cestello lanciato in centrifuga che riporta il palazzetto dello sport in un’altra epoca, con i fari di grosse Cadillac a illuminare la band da dietro, in mezzo a un qualche campo coltivato improvvisato palco, con le lampadine che cigolano appese sopra lo stage, in un’America di decenni più giovani. Terzo: perché per questo è l’unica occasione possibile per ascoltare questo rock. Questo modo di fare. Questo splendido inno al folk e al jazz che danzano un valzer seguendo una stratosferica sezione ritmica e vengono lanciati nell’iperspazio di Urano dalla voce di Dylan e da quello che ha avuto il coraggio di suonare la chitarra solista sulla già citata “All along the watchtower”. Per dire ai propri figli “io c’ero”, ma con un senso, e senza muschio sotto il sasso.

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Musica

Febbre da ghiaccio

Fever Ray
Fever Ray

Per dieci tracce Karin Dreijer ridipinge i suoni e i panorami desolati, ghiacciati, innevati e sorridenti, solari e muti, dispersi nel grande nord Europeo. Sono i dieci pezzi che costruiscono i quasi cinquanta minuti di “Fever Ray”, prima uscita solitaria della metà dei Knife, il gruppo sintetico elettronico tanto caro non solo alle classifiche di Pitchfork, ma anche e soprattutto ai compagni Royksopp. Un disco per esordire da sola che non si spinge molto più in là di quanto già fatto con “Silent Shout” (2006) proprio con il fratello. Ed è un bene, perché il terzo disco dei Knife era un gran disco e “Fever Ray” è uno strepitoso debutto. Ritmi compassati, leggeri, suoni netti e produzione cristallina, che si miscela ininterrottamente con gli orizzonti a perdita d’occhio delle terre ghiacciate, con i sintetizzatori a distillare suoni algidi ma avvolgenti, tutti perfettamente leggibili. Rimangono le due identità di Karin, che vivono attraverso la voce naturale e quella “pitchata” verso il basso che riporta alla luce il mostro diluito che fa da contraltare nel cantare di faccende personali e tendenzialmente lisergiche. Una spruzzata di anni ’80 e di modernità, in cui niente è messo a caso e nessuna delle canzoni viene presa sottogamba o abbandonata anzitempo a se stessa. Cinquanta minuti per imbastire un unico discorso, affascinante e al tempo stesso meno cupo dei passaggi più stregati di “Silent Shout”, ma non per questo “Fever Ray” si può mai dire, neanche per mezzo istante, un disco allegro. Unico e forzatamente debitore al gruppo originale di stili e idee, “Fever Ray” dimostra che c’è dell’arte nel leccare i pali ghiacciati e rimanerci attaccati con la lingua. Da ascoltare prima di subito, per lunghe mattinate, soffocosi pomeriggi di lavoro, stranianti notti stellate e piene di divano.

Fever Ray – Fever Ray (2009)
Coop – 48 minuti
Queste dovete ascoltarle: If I had a heart, When I grow up, Keep the streets empty for me.

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Giornate

Ce n’era una

La triste vicenda di un uccello abbandonato a se stesso.
La triste vicenda di un uccello abbandonato a se stesso.

Dieci secondi fa c’era una zanzara qua, proprio davanti alla tastiera. Non c’è più. Nonostante tutte le psicopompe sul karma, la zanzara va sterminata sul nascere. E se proprio non si stermina sul nascere, almeno sull’atterraggio in zona da sterminio. Il che, comunque, vuol dire che fa caldo. Il che, comunque, vuol dire che non è inverno. E se non è inverno, è probabile che sia primavera; e se è primavera ci sono discrete possibilità che ci sia da qualche parte la Pasqua. La qualche parte, quest’anno, è stata recitata da Camògli, e lì si che faceva caldo. Ma tipo caldo. Tipo al mare. Non per nulla la gente faceva il bagno e io mi lamentavo.

La bellezza di 25 ore di fuga dall’Urbe per ricordarsi che il destino baro e crudele mi ha piazzato in un punto del mondo in cui non posso sopravvivere a teglie di focaccia bisunta e odore di salsedine. Venticinque ore per godermi piacevoli sfottò dei genoani, evidentemente dimentichi delle legnate dell’andata e ciechi di fronte alle turbe da sdoppiamento della psiche dell’arbitro Rocchi. Un bel relax, ma per troppo poco. E ora la tesi della Svampita, l’organizzazione di Jack #2, il recupero delle faccende di GMC che non si affaccendano per nulla, nuove bestemmie su Bubble Bobble Plus, un altro week end e il primo press tour a base di principato (di Montecarlo) e treno (italo monegasco?). Le foto.

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Variopinto

Il limite è il cielo

Figurarsi se smetto.

Dato che è venuto giù l’abruzzo, o almeno parte di, è giusto sentirsi tutti vicini e amorevoli. No, per davvero, è giusto eh. Non so come stia Villa Rosa, ma essendo sul mare starà una crema immagino, prima o poi tornerò a vedere com’è diventata. Comunque sia, la corsa alla solidarietà è spettacolare: SMS, conti correnti a caso, carte di credito via telefono e… e dei bolloni giganti su più di un terzo dello schermo durante pressoché qualsiasi trasmissione di Sky. Per cui pago tipo 65 Euro al mese, o una roba simile. Non è che mettono un bel video informativo con tanto di voce “narrante” al posto di 30 secondi di pubblicità, no, figurarsi. Coprono qualsiasi film, telefilm, partita si sta provando a seguire ogni enne minuti. Rupert non perde un centesimo, io continuo a spendere 65 Euro e loro sono anche a posto con la coscienza. Che storia fratello.

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Fascino latino

Bello come il sole d'Italia, baffo come nessuno: Mr. Pannofino.
Bello come il sole d’Italia, baffo come nessuno: Mr. Pannofino.

Donne. Donne di tutte le età. Donne al di là dell’eta che può regalare figli. Giovini avvocatesse col tailleur e un pezzo così di puzza sotto al naso. Acerbe adolescenti indecise se regalare la propria illibatezza ai Tokyo Hotel. Parte la pubblicità Nespresso e non ce n’è più per nessuno. Si mormora del suo ritorno per l’ultima puntata di E.R. ed è subito elevazione della cervice. Mr. Clooney cucca come una bestia, insomma. Giusto un po’ di più di Denzel Washington probabilmente, ma anche l’eroe con origini africane avrà il suo bel daffare a tenere a bada l’orda femminea. Sensuale, possente, scaltro e sbarazzino: che tocco d’omone. “Un bel negrone”, come ho sentito dire alla signora della panetteria di Osnago qualche tempo fa. Allora si discuteva anche di un altro pezzo di maschio recentemente caduto un po’ in disuso, ma che ha comunque lavorato come un pazzo ai tempi d’oro. Banderas sarà anche stato oltrepassato dal connazionale Nadal nella classifica del “vorrei farmelo prima di subito, meglio se ieri” dell’universo con le tette, ma ha volato in altissimo a lungo. Per non finire a chiosare sul ritorno in veste selvatica di Mickey Rourke, che di certo “fa sangue” a una bella fetta di femmine. Magari quelle abbonate alle cinghiate in faccia con la fibbia El Charro anni ’80, ma, ehi!, contano anche loro no? Tutti esemplari capaci di stregare anche e soprattutto grazie alla voce. Una bella voce calda, sensuale, ma non eccessivamente tendente al porno-attore. Miciosa quando serve, sicura se è il caso. Insomma, la voce di lui, del baffo, di “dai, DAI, DAI!”, del bestio portante di “Boris”. Di Francesco Pannofino, il bell’italiano che, e qui verranno giù i santi, dà la voce a tutta la gente di cui sopra. E in più altri seimila, tipo: Wesley Snipes, Kurt Russle, Kiefer Sutherland, Clive Owen, Benicio del Toro… Vin Diesel! Prendere e portare a casa.

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Un mondo più giusto

Gelato al pistacchio: per sentirsi pischelli.
Gelato al pistacchio: per sentirsi pischelli.

In un mondo più giusto esisterebbero i vasettoni di gelato al Pistacchio. Un bel barattolone Sammontana, o un barattolino super lusso Häagen-Dazs, tutti dedicati al pistacchio. Invece nulla. Un’approfondita ricerca di mercato ha già stabilito che il gelato al pistacchio piace: piace all’uomo della strada come all’affarista stritolato dalla crisi dei crunch-saving (giusto?), piace perché “è un gusto che sa di Sicilia, di caldo sole mediterraneo, di aspre alture isolane. Ha il sapore inconfondibile di un frutto secco che nasce soltanto una volta ogni due anni. Cremoso e avvolgente, sa stupire con l’intensità del suo sapore e la naturalità del suo colore” (lo dicono loro). Eppure nulla da fare: così come la gente continua ad andare ai concerti di Vasco Rossi e della Pausini, l’industria gelatiera persiste nel suo orbo dirigersi verso il baratro, ignorando la verde leccornia. E dire che il gelato al pistacchio ha già fatto il suo bel miracolo: ha dato un senso all’esistenza del Centro Commerciale Carosello, già Carrefour, fu Euromercato di Carugate. E’ tra i negozi del mall quasi-milanese che trova spazio una gelateria che di pistacchio ne sa un bel po’, tanto da confezionare un bel gelato al pistacchio cremoso e ad alto tasso di slurposità. Così, scoperto perché esiste il Carrefour, ora non rimane che capire l’esigenza di avere le zanzare su questo pianeta. Riflessione profonda, da gustarsi pensando a quanto dicevano i due di “Wayne’s World”: “un bel gelato stracciapalle e pistacacchio, grazie!”.

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Stayin’ alive 2009

Tonight: Franz Ferdinand
Tonight: Franz Ferdinand

Il concerto dei Franz Ferdinand di settimana scorsa al Mazda Palace ha confermato i dubbi e le certezze su “Tonight: Franz Ferdinand”, terzo sforzo degli scozzesi. Il posto era sbagliato, il secondo disco era in parte sbagliato, questo va molto meglio. Il concerto perfetto dei Franz Ferdinand non ha niente a che vedere con un palazzetto dello sport, ma ha molto a che vedere con un locale piccolo, un club, qualcosa di simile al Rainbow e al Rainbow li ho visti la prima volta (2003 o 3004?). Costo: 6 Euro, disco da promouovere: il primo, risultato: eccellente. Il Mazda Palace era sbagliato e dispersivo, soprattutto mi ha convinto che il secondo disco mancasse della forza naif del primo, provando a replicare la ricetta a tavolino. Non era male, ma allora decisamente meglio “Tonight”. Teoricamente è la stessa faccenda, ma questa volta Kapranos e soci sostituiscono all’irruenza caciarona della prima pubblicazione una cura maggiore per i suoni e una dimensione tutta nuova data dall’aggiunta delle tastiere. Perdono un po’ di chitarra, almeno in quanto a “volume” e fracassamento, ma guadagnano in pulizia e dinamismo. A partire dal singolo che apre la faccenda, “Ulysses”, è palese che tutto funzioni meglio. Con un occhio ai suoni e ai sapori retro, e con i riff spesso e volentieri accompagnati dalle suddette tastiere o da qualche effettino elettronico semplice semplice, ma efficace, “Tonight” porta a casa il risultato. Non è “Franz Ferdinand #3”, ma una discreta (seppur minima) evoluzione. Il gruppo lavora meglio anche singolarmente, con più spazio per ogni scolaretto, il che, fortunatamente, non si traduce in pezzi algidi o anonime prove di abilità progressive: i Franz Ferdinand non potrebbero mai provarci, né forse sperarci. Grazie al cielo. Chi si era stufato dopo due mesi dall’uscita di “Franz Ferdinand”, non avrà nulla da cercare qua dentro, nella nottata brava scozzese, ma chi pensava che fosse solo “You Could Have It So Much Better” a mostrare fasi di stanca, allora può godersi Tony Mac Manero con gioia.

Franz Ferdinand – Tonight (2009)
Domino – 42 Minuti
Queste dovete ascoltarle: Ulysses, Bite Hard, Lucid Dreams, Can’t Stop Feeling.

Luci e tapparelle giù.
Luci e tapparelle giù.