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Variopinto

I nuovi eroi

Probabilmente ha delle Clarks
Probabilmente ha delle Clarks

Parto da una premessa che non è una premessa, perché col post che vado a scrivere non ha davvero nulla a che fare. Oggi qualcuno ha visitato questo blog dopo aver utilizzato come termini di ricerca: “fiabe porno gratis”. Ora, non so se essere più onorato della (seppur casuale e irripetibile) presenza di un tale post-umanoide, o incuriosito dalla scoperta dell’eventuale esistenza di fiabe porno. Che oltretutto non considera di particolare valore artistico, se le va cercando gratis (ma in effetti questo è tutto da discutere). Comunque sia: in attesa di scoprire che sarà di Cappuccetto Rosso e di quel brighella del lupo, arriviamo all’argomento del giorno. Ovvero le nuove elezioni. Quelle che riguardano le province e, credo, il fantomatico Parlamento Europeo. Sì, esatto, il fatto che esista per davvero un parlamento europeo (ecco, si è già giocato le maiuscole) mi suona credibile quanto le fiabe porno di cui sopra, ma tant’è… Bene, considerato che voglio far finta di andare a votare, ho altresì deciso di dare una possibilità a chiunque si prenda la briga di infilarmi nella casella postale un suo bel volantino. Per questa prima occasione diamo un caloroso abbraccio ad Alessandro Pozzi! Ciao Alessandro, benvenuto Alessandro, siediti pure lì, sullo sgabello a forma di foca.
Bene, il Pozzi mi arriva con un foglietto rettangolare di fattura tutto sommato decente. Parte però malissimo: come potete abilmente notare dall’immagine a corredo, l’Ale si lancia forte con un “perchè” alla terza riga. Non solo: tutto il blocco su campo verde giunge nel classico Comic Sans che è un po’ la cartina tornasole della voglia di vivere. Zero o giù di lì. Nel mentre in cui si mette in piedi una crociata anti Comic Sans, procediamo con la lettura. Anzi, procedete pure da soli, ché tanto c’è poco di che discutere. Pozzi arriva partecipando al codone “Sinsitra e Libertà con Virginio Brivio”. Dire “Brivio” da queste parti è come dire “Brambilla”/”Fumagalli” a Milano, insomma tutto e nulla. Il programma e gli impegni, però, sono solidi: “la tutela dell’ambiente”, “la promozione culturale del territorio”, “la centralità della persona”. Attendo ansiosamente altri candidati, fiducioso che nessuno oserà andare al di là di questo bel trittico valido per tutte le stagioni e nessuna in particolare. Non so cosa sia o perché esista “Sinistra e libertà”, ma per ora la inquadro senza troppi problemi in zona “centro-pavido”. Curiosa e stravagante quanto la sabbia in mezzo al deserto.
Nota per chiudere: il fogliettino non è stampato su carta riciclata, ergo il primo punto del programma è già un po’ a puttane.

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Cristina del Grande Fratello nuda

Mulo, ai tempi della pietra
Mulo, ai tempi della pietra

Lo sai, sai che il mulo lo vuole
Lo vuole, e lo vuole la domenica, di domenica e la domenica
Andrà lì e se lo papperà
Un giorno se lo papperà intero
La domanda: quanto dovrò aspettare?
Sii il mulo, il mulo che devi esseri

E allora un giorno sarai sott’acqua, sotto l’acqua
Quel che devi fare è affondarlo, fai creder loro che sia troppo tardi
Per il tuo amore
Per questo, sii il mulo che devi essere

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Variopinto

Peggio di Pilo, Gianni

Sì dai, diventiamo gli amici!
Sì dai, diventiamo gli amici!

Ma sinceramente, ma cosa cazzo fate? Ma lavorare no? C’è una valanga di gente che non solo passa il tempo a infarcire di commenti Facebook fino al termine delle 8 ore sindacali, ma magari sbatte via altre enne ore coi quiz/sondaggi. I peggio sondaggi. Le peggio cazzate. Le peggio cazzate! Roba che se la fai su “Gente”, “Oggi” o “Chi” mentre aspetti dal dottore, ti vergogni e strappi la pagina. Invece no: qui si fanno, si pubblicano, si commentano, si propongono. Con la scusa che “oh dai, è Facebook”, si tirano su dei cumuli di schifo da antologia. La gente non si vergogna più, ci vuole Brunetta. Scelgo a caso: “Che posizione sociale aveva il tuo cognome”, “Scopri che rapporto sessuale vuoi”, “Scopri il vero significato del tuo nome”, “Quale canzone dei Queen ti rappresenta?”, “Quale creatura mistica ti rappresenta?”. Quale creatura mistica ti rappresenta?!? La parte peggiore non è nemmeno che il mondo si sta sparando questa marea di puttanate in orario più o meno di lavoro, giustificando la teoria per cui l’uomo di oggidì ha troppo tempo libero, anche sul lavoro. No, la parte peggiore è che la gente che hai su Facebook magari (magari eh, non è detto) la conosci. Quello lì, proprio lui del rapporto sessuale che si scopre “selvaggio”, è un inarrivabile monte di sfiga che, sai per certo, non snasa odore di donna da che gli Wham si sono separati. E quella donna era sua sorella. Le peggio cazzate, senza l’idea della vergogna, perché è Facebook e quindi va bene tutto, “si scherza!”. Sì, ma io ho schifo a sapere che posizione del Kamasutra di Dragon Ball è quel rincoglionito del terzo ufficio a destra.

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Reginette con lo scalpello

R - Queens of the Stone Age (2000)
R (2000)
Era Vulgaris (2007)
Era Vulgaris (2007)

Mi trovo in una sorta di limbo del fastidio anti-blog. Non mi viene in mente cosa scriverci, ma vorrei farlo. Come di fronte alle strepitose pagine di approfondimento sull’arte videoludica che, ahimé, devo compilare mal che vada una volta al mese, ho mezza idea, poi ci penso sù e mi dico che non si possono buttare lì due righe per farlo. Non con quello che pagano i miei abbonati. Quindi provo artificiosamente a costruire qualcosa in cui non credo nemmeno io. L’occasione nasce comunque dal ritrovamento nei meandri della rombante Civic di un CD di un paio di anni fa: “Singolarmente”. Si chiama così perché ci avevo piazzato sopra i singoli nuovi di quella primavera: “Icky Thump” (The White Stripes), “3’s and 7’s” (Queens of the Stone Age), “Do it Again” (The Chemical Brothers) e… e in più, soprattutto, alcuni album interi. Tra cui il sufficientemente noioso “Volta” di Bjork (ridatemi HomobjorkPost!) e quattro splendide raccolte dedicate a Josh Homme e soci barbari: i Queens of the Stone Age. Quattro album donati dal mondo fatto a torrente e dedicati alla roba rara, non da disco ufficiale, magari molto da sessione nel deserto. Disquisizione sui Queens of the Stone Age!

Songs for the Deaf (2002)
Songs for the Deaf (2002)

I fatti: i QOTSA hanno un acronimo che è una roba dell’altro mondo, splendido – i QOTSA sono tra le poche cose davvero buone che ci hanno portato gli anni 2000 (sì, il primo è del ’98, ma il bordello vero accade negli ’00) – i QOTSA riportano in carreggiata Mark “Nostro Signore” Lanegan – i QOTSA si annoiano e regalano a Dave Grohl il suo miglior disco dai tempi di “In Utero” – i QOTSA dal vivo sono al di là del bene e del male, sono lo spettacolo sudato e ruvido per cui strapparsi le mutande che ogni festival musicale (e non) dovrebbe avere. I quasi fatti: le copertine e le scelte artistiche rispecchiano alla perfezione la dissociazione mentale e musicale del gruppo. Date un’occhiata alle due immagine qua attorno, sono le “cover” del disco di debutto omonimo e di “Lullabies to Paralyze”, il difficile compito post “Songs for the Deaf”.

Lullabies to Paralyze (2005)
Lullabies to Paralyze (2005)

Non sono brutte, sono oltre: sgraziate e luride, in entrambi i casi paiono bootleg fatti male da un sedicenne che ha scoperto delle fiabe oscure e il porno gratis. Brutte in tutto, pure nella scelta del font per logo e titolo. Cavernicoli del menga! In realtà vale la pena fare dei distinguo, che non si cialtroneggia qui: la foto di copertina del disco di debutto è roba, teoricamente, ricercata. Ovvero uno scatto degli anni ’70 di Mark Gabor . Il problema è proprio il font e tutto quello che gli gira attorno, e le linee nel libretto non lasciano spazio a dubbi: “package@1998Kozik/Homme”. Colpa del bestio canterino.

QOTSA (1998)
QOTSA (1998)

Altra faccenda per “Lullabies to Paralyze”: il lavoro dentro, nel libretto, è roba interessante. Illustrazioni finto psicopazze + fiabe per bambini eroinomani + uomo nero che ti rapisce. Ci sta. Quel che non ci sta, nel lavoro che si scopre addebitato a tale Hutch, è ancora una volta il font, il logo, la disposizione del tutto sulla cover. Il male fatto male. Il che fa abbastanza ridere, perché il secondo e il terzo lavoro in studio (“R” e “Songs for the Deaf”), sono essenziali e deliziosi. Di classe e gusto, anche e soprattutto cromatico e di logo. Bello strano, perché il nostro Hutch ha messo le mani e deciso tutto ai tempi dello spermatozoo-Q del disco rosso di cui sopra. Il cianone al centro di “R” è invece da addebitare a un’idea dello stesso Homme  e dell’ex amico picchia squinzie Olivieri, però supervisionati d Francesca Restrpo e Design Palace. Chiudiamo: il letale Hutch torna a far danni estremi (questa volta lavorando malamente anche su quanto di buono aveva fatto con lo spermatozoo) in “Stone Age Complications” (EP). Fino alla via di mezzo più che accettabile di “Era Vulgaris”: scomparso Hutch è tutt’altra gente che se ne occupa (Morning Breath, Inc.).
Che c’entra tutto questo con la musica? Con della bella musica? Nulla, infatti dovreste proprio andare a cercarvi “QOTSA B-Side and Rarities” dal volume 1 al volume 4 e spararveli malamente su di un qualche stereo o quel che volete. E lasciar perdere i blog senza idee.

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Musica

Il ritorno dell’angolo

Layne Staley, lui c'è solo se avete una pala
Staley, c’è solo se avete una pala

Tanto tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, c’era una parete. Sulla parete la stampa in bianco e nero della pagina pubblicitaria comprata sul Chicago Tribune da Mr. Corgan per annunciare il ritorno degli Smashing Pumpkins. La parete era in quella che preferisco ricordare come “la terra del bene e dell’amore”, ovvero l’unica reale sede di Future Media Italy e l’unica, reale, redazione per tutte le riviste che sono ma che soprattutto furono. Sulla pagina appiccicata nella zona NRU c’era una scritta a mano: “l’angolo del Tocchiamoci le Palle”. In senso propedeutico all’anti-sfiga naturalmente.

Jerry Cantrell, lui c'è

Il mantra funzionò, almeno fino a un certo punto e con degli evidenti limiti, ma non c’è stato alcun reale dramma. Ora si ripropone in tutta la sua ancestrale possanza, perché Jerry Cantrell ha annunciato che gli Alice in Chains hanno ultimato le registrazioni del loro nuovo album. Il primo dall’omonima, terza, fatica del 1995: quella di “Grind” e “Heaven Beside You”, quella in cui Cantrell prendeva sempre più sulle spalle il gruppo perché Staley era già ridotto a uno straccio impregnato d’eroina. E difatti, come il mondo sa, Staley è dipartito e ora si fa le pere assieme a Cobain, Hendrix, Vicious-san e quant’altri. Quindi alla voce degli Alice in Chains torna, dopo i tour degli anni scorsi, William DuVall, quello che fa il finto-Staley davvero bene, ma che rimane un finto qualcun’altro. E’ un po’ come quando Renzulli tirò su Cabo Cavallo per far finta che i Litfiba esistessero ancora. Sì, ok, con le dovute proporzioni, ma una sana grattata non può che fare bene.

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Lavoro

NRU 91: Conigliante

Riprendiamo una splendida abitudine del passato, di quando il blog era diverso, i fiori di pesco erano in fiore (di pesco) e la voglia di vivere avvolgeva la qualsiasi: i commenti sulle riviste in edicola. Non proprio tutte eh, l’attenzione è focalizzata sulle pubblicazioni dedicate agli ingranaggi a scoppio e quelle che scrivono di videogiochi. Partiamo da quest’ultime e concentriamo l’attenzione su NRU, Nintendo la Riacchiappa Ufficiale per gli amichetti del Sidàmo. Una scelta che può sembrare casuale ma in realtà è casuale.
A questo giro ho prodotto in particolar modo la Cover Story: Il Ruggito del Coniglio. Ovvero il resoconto del viaggio a Montpellier di un mese e mezzo fa per giocare a “Rabbids Go Home”. L’articolo mi piace a sufficienza, è scorrevole dai. E il gioco pure promette bene. Poi le solite notizie del solito Canale Notizie, con, grazie al cielo, un po’ di roba decente di cui parlare gentilmente offerta dalla Game Developers Conference 2009. E quindi qualche rece lurida e qualcuna sensata. “Rogue Trooper” quasi lurida, “Ready 2 Rumble Revolution” luridissima, “Rock Band 2” molto in grazia di Dio, “AC/DC Rock Band” quasi parecchio lurida. E anche l’anteprima del “forse ce la fa” “Ghostbusters – il VideoGioco”. Per il prossimo numero c’è già della roba fatta con delle racchette, un po’ di Montecarlo e dei pugni sapidi, se arrivano in tempo.

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Musica

Paccone Universale

Le firme di Gahan e Gore: il male dentro.
Le firme di Gahan e Gore: il male dentro.

Ad attendermi dal ritorno monegasco c’era un bel pacchettone grosso. Sufficientemente grande per portare buone notizie in HD, ovvero il decoder di Sky HD che da un mese fanno finta di spedirmi. Invece nulla, un’altra busta sigillata dalla Signora SDA portava in dono una nuova Smart Card di Sky… che tipo, ma chissenefrega? Quando mai ve l’ho chiesta? Perché? Eh? Sigh. Il paccone, però, era dedicato alla versione Super Lusso Inutile di “Sounds of the Universe”: troppo sciccosa e troppo sprovvista di vinili per un acquisto, è stato il regalo di compleanno in programmatico ritardo di mio fratello. E di roba dentro ce n’è: il CD (eh, oh), un CD con enne canzoni extra, un altro con dei demo riacchiappati dalla storia recente e meno recente dei Depeche Mode e un DVD con l’intero “Sounds of the Universe” in 5.1 (finalmente provo un disco che mi piace così) e filmati a casaccio. In più! In più due libri di foto un po’ di Corbin, un po’ di altri sconosciuti suppongo. In più! In più un posterino che volendo ci sta anche, due spille che davvero bisognerebbe tirargliele dietro ma vabbé, cinque cartoline riprese da enne potenziali cartoline create appositamente da degli artisti (dicono) e basate sull’ignobile artwork di copertina del disco e un certificato di autenticità fondamentale per capire che sia Gore che Gahan non sanno scrivere (cfr. le firme autografe).

Quel che c'è dentro
Quel che c’è dentro
Quel che c'è fuori
Quel che c’è fuori
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Giornate

Il terrazzino

Inizio oggi una serie di post che avrei voluto cominciare qualche settimana fa, in occasione del viaggio a Liverpool. Ovvero: le recensioni delle stanze d’albergo pagate da qualcun’altro.
Partiamo quindi dall’offerta al Monte Carlo Bay Hotel proposta per tre notti da Capcom. Un voto altissimo, perché si tratta senza ombra di dubbio di una soluzione che entra di diritto nella Top Five delle stanze d’albergo costosi provate finora, quindi in qualcosa come dieci/undici anni di press tour. Che va bene che la sociopatia e Nintendo non hanno aiutato (e difatti tolgo dal conto qualche anno, anche per l’età giovanile iniziale in effetti), ma è comunque un bel risultato.

L’albergo è posto su un bel pezzettino scoglioso di terra che si lancia in mezzo al mare, sfruttato al meglio per organizzare un gigantesco complesso di piscina interna che diventa esterna + corso d’acqua (per bagni) ancora esterno, bar vista mar mediterraneo, alberi, viottoli romanticamente illuminati e quant’altro. Ma la stanza? La stanza è piuttosto grande, ma non esageratamente grande. Ha dei buoni spazi, un bell’arredamento e delle finiture né kitsch né banali, con la giusta quantità di legno e di luci soffuse, un televisore 37″ e delle abat-jour decisamente carine. Collegamento wireless gratuito e un bollitore da thé/caffé meglio del solito. Poi… poi però viene il pezzo forte, il terrazzino con divanetto e poltrone vista mare. Roba che lasciando aperta la finestra si sente il bel sciabordio delle onde. Quanto sia lussuoso il tutto lo testimoniano i prezzi del mini-bar: 7 Euro per un Kinder Bueno o delle Pringles!
Ma chiudiamo con una nota lieta: adagiata in zona vasca da bagno c’è una paperella gialla di gomma. E’ classe. 

Montecarlo Bay Hotel
Captivate ’09 – Capcom
Voto: 9

Pro: arredamento, terrazzino, internet gratuito, paperella
Contro: mini-bar cravattaro

Interno stanza
Interno stanza
Terrazzino con divanetto
Terrazzino con divanetto
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Sour cream

Sounds of the Universe - Depeche Mode
Sounds of the Universe – Depeche Mode

“Sounds of the Universe” è una creatura britannica mitologico-spaziale: un Cerbero OGM a due teste. La prima è quella che imposta un’elettronica sensualmente ruvida e spigolosa, ha i tratti somatici da poeta che va aggrizzendosi di Martin Gore. La seconda esplode una voce calda e trascinante, arrembante e provolona e, naturalmente, si mostra con gli occhiali da sole di Dave Gahan. I due si rincorrono e si distanziano, con la musica composta di angoli e lance che trafiggono continuamente il tappeto sonoro, raramente lasciato libero di fluttuare dolcemente e senza gravità nell’iperspazio proposto dal titolo del disco. Gahan sembra voler cantare indipendentemente da quello che gli succede attorno, nonostante la cura sintetizzata e sintetica dei chi tira i fili delle marionette, sempre Gore. Eppure, come in una splendida e fruttuosa catena del DNA che genera successi da quasi trent’anni, i due flussi finiscono altrettanto spesso per ritrovarsi, intrecciarsi e perdersi di nuovo. L’avvio della vicenda è affidato alla litania amorosa di “In Chains”, con un urlo elettronico che si esaurisce stancamente per un lungo minuto prima di lasciare spazio a delle porzioni monodose di chitarra elettrica, perfette nel loro piccolo loop che, come succederà per tutti gli episodi restanti di “Sounds of the Universe”, rifuggono i lunghi giri e le scalate rock di “Playing the Angel”, tornando nei territori più cari (per qualche verso) a “Violator”. Più straniante ma tutto sommato simile quanto accade in “Hole to Feed”, che prende vita sul battere tribale di un gruppo di bambini andati a scuola da Trent Reznor, ma non per questo traviati del tutto. Tanto che torna il giro di chitarra accennato e replicato, che si innesta su un altro giro, che si interrompe per lasciare il tempo a Mr. Fletcher di lanciare due raggi gamma. Gahan potrebbe continuare a dire quel che dice inconscio dell’attività alle sue spalle, con il piccolo shuttle Depeche Mode che lascia l’armosfera terrestre e inizia a produrre luci colorate. E forse per questo l’interpretazione del signor Dave è roba di primissima classe, la spiegazione unica e concepibile per capire il surriscaldamento pettorale di ogni signora di trenta e passa anni quando capita a tiro del Gahan. Quanto basta per capire come si è arrivati a “Wrong”, il primo singolo, il pezzo che Gore definsice come “quanto di più vicino all’r&b i Depeche Mode abbiano mai e potranno mai fare”. E’ un inno da topaia, un salmo incazzoso e un mantra da soldatini che abbandonano il campo di battaglia. La chiave di lettura è quella dei Depeche anni ’80, con suoni corrotti e meno gel sui capelli, uno stratosferico controcanto di Gore e materiale da pogo solitaro.
Lo shuttle continua il suo viaggio orbitando attorno a una stazione spaziale abitata, considerati i segnali terrestri, umani e più classici di “Fragile Tension”, tra i momenti più semplicemente melodici di tutto il disco. Anche questa volta non c’è spreco di chitarre elettriche, che parlano poco ma bene, eppure riescono a ritagliarsi quasi un bel riff tutto loro. In una disquisizione sull’improbabile alchimia che tiene ancora vivo un rapporto, le due teste della creatura per una volta paiono guardare perennemente nella stessa direzione, senza tanti scossoni e un abbraccio alla produzione più efficace dei Depeche Mode, anche se magari datata 2005. Non può dirsi lo stesso di “Little Soul”, che agisce da spartiacque nella pioggia di meteoriti in cui il gruppo sta andando a cacciarsi. E’ la prima delle canzoni a gravità zero, ancorata a nulla, libera di rotolare senza meta sotto a un’ipotetica gigantesca abat-jour, fuori dall’oblò gli occasionali lampi siderali che Fletcher lancia per  includere un accenno di inquietudine alla coppia fluttuante: Gahan e Gore cantano all’unisono un caldo pezzo soul. In un’altra forma avrebbe potuto prendere vita ai tempi di “Faith and Devotion”, questa volta però ci sono troppe interferenze radio e una fantastica chiusura in cui l’ennesimo accenno di chitarra prende il palco per pochi secondi. Poteva non esserci, tanto è accennato, ma c’è e senza sarebbe stato un delitto.

“In Simphaty” si muove con dei piedi così soffici e grattugiosamente anni ’80 che a dirlo parrebbero tornati i paninari, invece il terreno è sconnesso e come sempre Gore ha applicato un bel filtro “distorci” sufficiente a rendere meno accogliente e banale l’appartamento, fortunatamente rasserenato dal benvenuto continuo di Gahan. Ancora una volta quel che inizialmente appare come un episodio semplice e smagrito, rivela col passare del tempo la stessa quantità di strati di una bella cipolla in codice binario, con i passaggi e le creaturine elettriche ad abbaiarsi tra il canale sinistro e quello destro. Poi c’è da discutere con “Peace”: un angelus recitato nel buio dello spazio e dedicato al pianeta Terra, tutto costruito attorno alla tastiera di Fletcher e a qualche gigantesca graffetta arrugginita, ma che apre le braccia e lancia una carezzona gigante con il corposo coro in cui questa volta né Gore né Gahan vincono uno sull’altro. Eppure è troppo smaccata nel bridge con falsetto proprio di Gahan o nel ripetersi tutto sommato un po’ stancamente fino al termine dei quattro minuti e rotti previsti. Non c’è tempo per abbandonarsi a malinconoie, il ritorno è a base di “Come Back”, strepitosa fusione di universo stellato dagli orizzonti infiniti (tastiere) e sangue pulsante (le chitarre), che innalzano un’interpretazione da sturbo reale di Dave. Pause, scontri, esplosioni sonore, spazio perfettamente distruibuito tra voce ed elementi sonori, con una spruzzata di ipnotica magia romantica dei vecchi tempi. Il passaggio migliore di “Sounds of the Universe” assieme a “Hole to Feed” probabilmente. La questione va chiudendosi, l’ultima fase del viaggio Depeche respira con la strumentale “Spacewalker” (utile all’incirca quanto le tracce strumentali di “Ultra”, ovvero poco o nulla), solo per tornare a lavorare con più tranquillità e regalando qualche bacio con lo schiocco retrò ai fan più intransigenti. “Miles Away (the Truth is)” è rock d’annata e poco dannato marchiato DM, bello, saporito e sorprendente quanto una pizza margherita ben cotta. “Perfect” parte con la bestemmia, un saluto vocale di Gahan che se non ci stai troppo attento sembra Simon Le Bon dei primi anni ’90. Poi va a parlare di universi paralleli e l’ammiccamento al titolo del disco è talmente facilotto che ai proto fighetti di questo blog nemmeno piace. E’ proprio quando la voce di Sir Dave ha ripreso a prevalere nettamente sul resto che Gore si prende il suo solito spazio, quello rassicurante e da vero leader della band di “Jezabel”. Che purtroppo è “il classico pezzo alla Gore”. Ma che grazie a dio anche questa volta abbiamo “il classico pezzo alla Gore”, perché è romantico e vitale quanto una rotolata nell’erba appena tagliata con la Designer. Anche se il tutto prende una (fantastica) deviazione sottozero e vagamente inquietante nella chiusura. Dopo quasi un’ora di distacco dall’orbita terrestre e con ancora nelle orecchie la eco della romanza di Gore, conclude il documento spaziale la buona e dimenticabile “Corrupt” (che si accende con il più chiaro riferimento a “Music for the Masses” di sempre). Vive sull’onda energetica dei precedenti “Perfect” o “Miles Away”, a riconfermare ancora una volta la duplice natura di ogni singola canzone e dell’intero disco.
Se da “Sounds of the Universe” il ritrovato e foltissimo pubblico dei Depeche Mode si aspettava un secondo “Playing the Angel” (quello sì che era il vero disco da stadio), ci saranno delusioni e mugugni. Il nuovo sofrzo in studio del gruppo della musica per le masse è un tortino anni ’80 farcito di panna acida. Ma d’altronde già l’ignobile copertina dovrebbe aver fatto capire che questa volta non ci sono specchietti per allodole.

Depeche Mode – Sounds of the Universe
Mute Records – 53 minuti
Queste dovete ascoltarle: Hole to Feed, Come Back, In Simpathy, Miles Away (the Truth is)