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Street Hoop + Wish

Dall’infinito mare verde della Sardegna, con vista sui (miei) primi Cure e tra le schiacciate nobili di Street Hoop.

Come si fa ad ascoltare Wish ad agosto, al mare, di fronte ai blu e ai verdi della Sardegna? Risposta breve: con un walkman, degli auricolari e un indole da quindicenne alla scoperta dell’universo. Il 1995 è l’anno delle prime e delle ultime volte e a farci proprio attenzione, quasi ogni anno vissuto sul pianeta è delle prime e delle ultime volte (il che ammortizza l’effetto voluto con la prima frase, peccato). Ultima volta in Sardegna, epilogo delle vacanze dell’infanzia agiata. Ultima volta al mare con la famiglia al completo. Prima volta dell’età segnata dall’effettiva scoperta della musica, che in quell’anno aveva prodotto i primi due concerti, tra cui il festival di Sonoria con Page & Plant (ma lo scoprirò più tardi) e soprattutto i Cure tra Wish e Wild Mood Swings. Prima volta da tempo senza una console trascinata appresso, anche perché nel piccolo appartamentino che ci ospita a Golfo Aranci non c’è l’ombra di un televisore.

Seguiranno un paio di settimane (o anche tre?) di lettura assidua e insospettabile, in particolar modo al sottoscritto. Non solo libri segnalati e pretesi dalle richieste ufficiali della professoressa di italiano del liceo scientifico S. Ambrogio a Milano, ma pure qualcuno tirato in mezzo così, a caso, come se la cosa mi piacesse per davvero. Non solo libri di ogni categoria e obbligatorietà assortita, ma anche i periodici musicali inglesi o giù di lì che si trovavano all’edicola vicino al porto, effetto desideratissimo della presenza di una base militare statunitense in zona. Così inizio a portarmi a casa NME e Melody Maker e continuo a studiare tutto quel che si dice dei Foo Fighters e del loro disco di debutto, cercando di capire se ci sia vita oltre i(l) Nirvana.

Tre contro tre in strada, al parco, sul lungomare e schiacciate infinite (ma meno circensi di quelle di NBA Jam): Street Hoop è semplice, bello, funzionale e determinatissimo nel digerire velocemente i gettoni. In Giappone è noto come Dunk Dream, negli Stati Uniti è Street Slam.

I Cure di Sonoria sono stati i secondi in una lunga fila di show dal vivo e se parti con i R.E.M. e quelli di Smith, il livello non solo percepito ma anche atteso, si alza bello fiero e maschio. Come fai a uscire da una serata di pioggia estiva, di fango e chitarre, di afa e capelli a cespuglio, del basso di Gallup e della voce del panda inglese senza credere che ci sia molto di più, al di là di quello che avevi intuito fino a quel momento? Impossibile, naturalmente. Grazie all’intercessione di mio fratello una cassetta con dentro un po’ di tutto dei Cure, da Killing an Arab fino a Friday I’m in Love, finisce in uno dei tanti walkman scassati con cui inizio a vivere in simbiosi. Poi, però, c’è anche tutto Wish e quello funziona anche meglio del “meglio di”. Quando fuori ci sono trentacinque gradi e quel profumo di terra arida ed erbe che solo chi ha vissuto per un po’ la Sardegna riconosce e ricorda, cascare nel buco nero di Open equivale a farsi degli allucinogeni più efficaci disponibili sul mercato. Riflessioni lunghe stagioni e anni sul perché riuscissi a entrare in sintonia con atmosfere lancinanti e derelitte, pure a fronte di un’esistenza di assolute comodità e serenità, sono sempre finite con un bel nulla di fatto.

The way the rain comes down hard
is how I feel inside

Open

Niente console dentro casa e in tasca, ma qualcosa c’era, fuori. La console delle console, la console che non era di fatto una console (in quella forma, almeno), ma che rischiavi di trovare ovunque e che comunque ti rapiva e portava via, verso un livello di agio che sì, quello sì, non era praticabile nemmeno da questa famiglia medio borghese. Il Neo Geo, perché di questa sottoforma di divinità siliciosa si discute, appariva come una costante affidabile e rassicurante, a pochi metri dalla spiaggia poco spiaggia in cui andavamo a rosolarci. Sapere che una forma di videogioco era comunque a portata di monete e mani e occhi, deve aver aiutato a rendere meno complessa la sopravvivenza in quella (romantica) vacanza semi-luddista.

Tape e Open, l’accoppiata che apre il tour di Wish. I primi tre minuti di questa data di Detroit, del 1992, sono una sfida al dolore sempre vivo dei malinconici per maledizione. Il “popolo” dark anni ’80 dei Cure che si ritrova è all’incirca lo stesso di fronte a cui mi trovo nel 1995 a Milano, Sonoria. Le foto che vedevo sulle riviste avevano iniziato a muoversi, con quelle scarpe da ginnastica enormi e i capelli cespugliati.

Nel Neo Geo a portata di monete c’era Street Hoop, che poi era la versione giustamente riadattata per il meglio del basket. Su MegaDrive avevo già avuto David Robinson’s Supreme Court Basketball e NBA Live ’95, ai tempi del Master System avevo passato dei pomeriggi con Basketball Nightmare, ma Street Hoop era differente. Prima di tutto perché, come la quasi totalità dei giochi del Neo Geo, era un tripudio di miccette contro i matusa (le console da casa sotto il mezzo milione di lire): bello, potente, definito, colorato, elegante, strabordante. Come fai a bagnarti in quelle acqua limpide di pixel e non decidere che sono la rappresentazione del bello e del buono e del giusto? Non solo questo: Street Hoop è anche bullismo e arroganza arcade, è mosso da quel modo di fare roboante ed esagerato che è tipico dei Soccer Brawl e di tutti gli altri. In sala giochi, o in un qualunque bar, funziona in maniera chirurgica: fa rumore, è spettacolare, si gioca in pochi minuti, ti frega soldi anche a metà partita (se non stai vincendo ti manda a casa o, anzi, ti chiede di infilare altre monete) e quando partono le schiacciate, trema tutto. Sì, sicuro che c’era già stato NBA Jam e pure poco prima e pure a casa, sempre grazie alle ampie falcate operaie del MegaDrive, ma questo è Street Hoop per Neo Geo ed è di Data East e i giapponesi le fanno meglio, queste cose.

From the Edge of the Deep Green Sea dal vivo nel 1995: “put your hands in the sky!”. Sapere cosa sta costruendo la canzone, verso dove sta andando, rende l’avventura degli otto minuti ancora più lancinante, strabordante e spossante. Sono stati tre i singoli estratti da Wish: High, Friday I’m in Love (maggior successo in classifica per la band) e A Letter to Elise.

Mi viene difficile ritrovare certezze riguardo all’ordine con cui i pezzi di Wish si sono presi in subaffitto pezzi dell’anima, in quell’estate. Non sono sicuro che From the Edge of the Deep Green Sea fosse già riuscito a mettere giù le sue cose, mi pare più probabile che sia successo più avanti. Ma forse più avanti pure di un pezzo, tipo di un anno. Open, sicuro. Cut, certo. Apart, nemmeno a parlarne. Ma Deep Green Sea forse no ed è sfiga perché il punto d’incontro con il mare infinito e impossibile della Sardegna sarebbe già stato trovato, a quel punto. Non fa niente, oggi Deep Green Sea è nella mia top ten dei Cure (che non esiste, chiarisco, perché non può esistere) e quindi mi gioco la carta del revisionismo storico e ce ne faremo una ragione. Deep Green Sea è Wish incapsulato in circa cinque minuti: ha le tirate di chitarra di Thompson e Bamonte, un’interpretazione da pelle d’oca di Smith e un crescendo più vicino al divino che alla fallibilità dell’uomo, tutto sorretto da una base ritmica (Gallup e Williams) frenetica. Mette dentro il nero sprofondo di Open e di End, ma anche l’aggressività dolce di Doing the Unstuck e il tocco morbido di A Letter to Elise. Tanti modi di raccontare, per un LP che si avvicina più a Kiss Me Kiss Me Kiss Me che al precedente Disintegration, per spazi e atmosfere coperte, con arrangiamenti già “sporcati” dal rock più diretto degli anni Novanta.

Come sia, quindi, possibile sentire l’odore di quella terra secca e dell’aria ribollente, quando schiaccio con l’Italia rossa e verde di Street Hoop o come possa associare un piatto di fichi d’india a To Wish Impossible Thing, è presto spiegato. Nelle sere in cui a trionfare era l’odore di nafta dei traghetti che lasciavano Golfo Aranci per raggiungere la Maddalena, con poche luci e il blu indaco che incorniciava il porto, iniziavo a intuire la portata di questa cosa della musica e anche di quelle riviste con i capelli giovani e già pesantissimi di Grohl, assicurandomi di avere in tasca qualche moneta per il giorno dopo e imparando a memoria qualche verso:

I really don’t know what I’m doing here
I really think I should’ve gone to bed tonight

Open

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