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Il pasticciaccio brutto di Facchetti e del Corriere

Fabio Cannavaro, perplesso, passa oltre.
Fabio Cannavaro, perplesso, passa oltre.

Il Corriere della Sera è ufficialmente l’organo stampa ufficiale dell’Internazionale Football Club. E’ l’unica evidente motivazione che può giustificare una “spalla” di commento pubblicata oggi nella sezione sportiva e firmata Gianfelice Facchetti, figlio di cotanto padre. L’uso comune vuole che, quando a scrivere sia un “invitato speciale”, un non-giornalista del Corriere insomma, due righe ricordino al lettore il perché e il percome della celebre firma. Così non avviene oggi, quindi rimane l’unica ipotesi che Facchetti Jr. sia effettivamente inserito nell’organigramma di via Solferino, evidentemente per distribuire comunicati stampa ufficiali marchiati di nerazzurro. Nel migliaio di caratteri odierni il Facchetti si lancia in un’accorata accusa alle parole di Fabio Cannavaro, capitano azzurro e neo-ri-acquisto juventino, che nei giorni scorsi ha ricordato di aver vinto due scudetti con i bianconeri, puntando quindi al numero 30 della società torinese. Le parole di Facchetti sono gentili e rispettose, non prendono posizione, né fanno intuire una benché minima acidità di stomaco:

Cannavaro insiste in maniera patetica sulla storia dei 29 scudetti, in barba alla giustizia sportiva. Lo fa senza ritegno, senza che nessuno dei vertici federali gli faccia presente quel che è stato e che il ruolo che oggi riveste comporta responsabilità

Così, senza colpo ferire. Ci va giù di fioretto proprio. Prende il capitano, quello a cui l’altro Fabietto impartiva ordini di coreografia (“Alzala alta capitano!”) meno di tre anni fa, e lo definisce “patetico”, “senza ritegno”. O perlomeno così definisce le sue esternazioni. Il Corriere non si premura né di inserire la questione all’interno di un articolo di dibattito, sentendo l’altra campana o, mal che vada, ponendo Gianfelice di fronte alla di un giornalista della testata che possa trattare Facchetti come “uno che ha delle cose da dire a riguardo” e non “la posizione del nostro opinionista Facchetti”. Che, così, pare essere anche quella del giornale tutto. Facchetti non solo ha la miopia di non intuire la visione umana e sportiva di un calciatore che, sul campo, ha sputato l’anima per quei due campionati. Facchetti non solo grida alla lesa maestà dimenticando che suo padre è stato accusato da più fonti (succede proprio in questi giorni al processo in corso a Napoli che, oltretutto, pare deciso a smontare un bel po’ delle verissime verità di quello sportivo organizzato da un ex alta sfera interista) di aver intrattenuto rapporti privati con gli arbitri. Facchetti non solo dimentica che suo padre è stato inibito alla professione per essere entrato, senza autorizzazione, nello spogliatoio di un arbitro nel bel mezzo di una partita (ricorda qualcosa che ha a che fare con Moggi). Facchetti non solo fa finta di difendere l’inattaccabile lealtà sportiva di un club che ha giocato per delle stagioni con calciatori tesserati grazie a passaporti falsi (certificati). Facchetti non solo passa sotto silenzio il fatto che Cannavaro abbia sempre (sempre, inclusi i tre anni al Real) reclamato come propri quegli scudetti, ma che anche Zambrotta per dirne un altro che alla Juve non è più legato, ha detto le stesse identiche cose. Ma soprattutto… lo ha ribadito poche settimane fa Ibrahimovic. Uno che, guarda un po’, arriva all’Inter, gioca nell’Inter, fa vincere l’Inter (e solo grazie a quel “processo”). E che è tuttora nella rosa dell’Inter. Non solo il bon Gianfelice fa tutto questo, ma fa anche la voce grossa, batte i piedi e sembra un po’ il pazzo che grida da solo. Perché si può discutere di tutte le faccende di cui sopra, ma tutti i giocatori della Juventus di quegli anni hanno vinto quegli scudetti sul campo, correndo, legnando, segnando, sudando: umanamente è una convinzione inattaccabile. Tranne che per Mr. Magoo.

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