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L’E3 ai tempi di un altro tempo

Old wild west: il vecchio ovest selvaggio, in realtà addomesticato da un pezzo, della Los Angeles di inizio secolo. Questo secolo, chiaramente, quello che sta salutando (per ora o per sempre) l’E3, epicentro dei videogiochi ieri ed epicentro dei soccorsi per la crisi pandemica a una revolverata di distanza da Hollywood. Questa, però, è un’altra storia… per quanto anche il virus abbia infilato la sua buona parte di chiodi nella bara del fu Electronic Entertainment Expo (nota a me stesso: ridurre al minimo l’utilizzo della figura dei chiodi nella bara, l’hai buttata lì un milione e mezzo di volte, basta).

Da qualche mese ho il jewel case di un DVD (ex) vergine sulla scrivania, in effetti sopra a una cassa, già coperto nel tempo da due sacchettine per altrettante coppie di auricolari sportivi e qualche busta verdognola col marchio della polizia. Oggi ho ricollegato il lettore esterno e infilato dentro il disco: “Foto Los Angeles 2004”.

La prima volta con quelle palme e quell’oceano a quell’ora.

Di per sé non sarebbe chissà quale ritrovato, se non per alcune modificatori che rendono questo, in realtà, un mezzo happening:

  1. Tendenzialmente perdo tutto ciò che è archiviabile. Documenti e foto in primis, pur in un mondo che di cassaforte digitali ne offre svariate da tempo. Eppure quando ancora si formattavano i computer (o si cambiavano gli uffici), riuscivo regolarmente a farmi terra bruciata attorno. Questo dell’E3 2004 è, se non l’unico, uno dei pochissimi reperti che contiene materiale d’epoca (insomma, quasi d’epoca).
  2. Se pure non fossi malmesso come ho appena chiarito essere, tra il 2004 e oggi ho affrontato: tre cambi di lavoro e cinque (5) traslochi. Il calcolo è presto fatto.

Dentro il DVD-che-a-ben-vedere-è-un-CD ci sono la bellezza di 135MB di dati in un unico file zip. Che, quando ha aperto le sue braccia binarie, mi ha crudelemente avvolto in una piadina di sensazioni agrodolci. Ho scoperto che una parte significativa di queste foto le avevo già messe in giro tra i Facebook e i Twitter e gli Instagram. Mi sono accorto che la stragrande maggioranza delle immagini è mossa, inguardabile, malmessa, scura, di risoluzione ovviamente becera (per gli standard di oggi) e frutto di una sana dose di: “se faccio così faccio bene?”. No, non fai bene, guarda che roba! Oggi con l’intelligenza artificiale dei telefoni che ti mette a posto tutte le foto è un’altra cosa, lo so.

Un paese con dei cartelloni dedicati ai Beastie Boys? Ci eravamo tanto amati, USA.

Il peggio, però, è sempre accorgersi di quella cosa che vedevi succedere ai tuoi genitori. Che poi è la vita (finché ce n’è, olè!). Sbriciolarsi un po’ nel “come eravamo” e chiedersi come sia possibile trovare interessante quella pratica del dolore autoinflitto e comunque così da vecchie mummie. Quello che non senti a quindici anni, quando succede agli altri, è il pericolante scricchiolare degli organi interni, tenuti assieme giusto dalla colla del calore dei ricordi.

Takashi Tezuka e, di fronte a lui, i biglietti da visita del sottoscritto e di Trust. OK.

Era, quello del 2004, l’E3 del Nintendo DS e di The Legend of Zelda: Twilight Princess, “quello realistico!”. Del Nokia Theatre che se ne viene giù quando Link cavalca, dopo aver già testimoniato la nascita del personaggio Reginald Fils-Aime. L’E3 2004 è il primo, per me, con Future Media Italy e per Nintendo la Rivista Ufficiale, con le stanze al Best Western di Santa Monica e Gorman, Trust, Morpheus, Air, Paolo, Falinovi (e un collaboratore/tecnico di cui purtroppo non ricordo più nulla). Uso i soprannomi che così sembra di scavare ancora di più nel pleistocene. Rivedere le immagini vuol dire risentire un bel po’ di rumori, rivedere un numero appropriato di sorrisi (come quelle orrende foto animate dell’iPhone), ricordare una percentuale pericolosa di sensazioni.

Che palle.

2 risposte su “L’E3 ai tempi di un altro tempo”

“Le emozioni sono sopravvalutate”
“No, le emozioni sono tutto” (cit. )

Un periodo così magico come quello degli inizi di Nintendo DS difficilmente lo vivrò ancora (videoludicamente parlando). Va bene così ovviamente, una vita di sole soddisfazioni, così come una di sole delusioni, non vale la spesa.

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