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Dischi sbagliati: Tiny Music… (Stone Temple Pilots)

Sono un sostenitore dei dischi sbagliati, ci ho costruito sopra una carriera di fedele ascoltatore. Qualcuno potrebbe leggerla come cieca obbedienza a un credo, quello della band/dell’artista a cui vuoi troppo bene per tenere il muso, ma c’entra solo in una percentuale ridotta. Tanto più che in alcuni casi la redenzione che porta il disco a trascendere lo status di “brutto” per fare il suo ingresso trionfale nella cerchia degli “sbagliati”, arriva solo dopo anni. Quindi i casi sono due: o inizialmente ero più intransigente e al tempo stesso sereno e lucido, oppure non avevo ancora la capacità di cogliere le sfumature, il senso differente di fare qualcosa e di non fare solo una cosa.

In esame ci sono soprattutto album e gruppi dell’adolescenza, per tanto ottimi motivi, tutti piuttosto banali. Da circa dodici anni (o qualcosa di meno) sto cercando di arrivare all’ultima pagina dell’eccellentissimo Retromania di Simon Reynolds, che tra le altre cose disquisisce dell’approccio intransigente alla musica tipico sia degli anni formativi, quanto più di un’epoca di disponibilità limitata della musica, quella pre-digitale insomma. Quando c’era da lottare per proteggere l’investimento fatto, soprattutto emotivo.

Hope it’s near corporate records’ fiscal year

(Adhesive Love)

Così quando esce Tiny Music… Songs From The Vatican Gift Shop, fingo di volergli bene per un po’. Giusto il tempo necessario per mettere le mani su altri e lasciar perdere Weiland e i fratelli DeLeo. La cui parabola, per me, si era conclusa lì. La fitta sassaiola di Core, i voli altissimi di Purple, poi questa cosa che non decifro, così vogliosamente in controtendenza con quei due LP precedenti… ciao Stone Temple Pilots, ciao concerto mancato a Sesto San Giovanni, ci riascolteremo poi con N° 4 per qualche mezza giornata, ma si è rotto qualcosa.

Per il primo singolo Weiland mantiene bionditudine e pizzetto: ultimi appigli agli Stone Temple Pilots che non erano già più.

Quando è uscito Tiny Music, nel 1996, sono in gita con la classe (seconda superiore) a Roma, lo acquisto nel Ricordi di Via del Corso, o almeno così mi pare. Ci sarebbe insomma un punto di contratto tra ascoltato e vissuto, perché in quei giorni ci portano anche a trascinarci mollemente in giro per i musei vaticani. Metto il disco qualche volta su una grossa radio con lettore CD che ha portato qualcuno (azzardo: forse è proprio la mia) e che viene trascinata su e giù per i dormitoi. Però non prende tanto e comunque, in media, la gente che mi stava attorno ascoltava techno o qualcosa di peggio.

Tiny Music, dico adesso, è sbagliato nel miglior modo possibile: prende i cliché degli Stone Temple Pilots che conoscevamo, della musica e della scena a cui volevano appartenere (o a cui l’etichetta voleva farli appartenere) e ci giocano con la leggerezza di chi sente di non avere nulla da perdere, per quanto invece abbia all’incirca tutto da perdere. Tiny Songs è un’altra cosa rispetto a Purple e cercarci dentro i riff, il sound gigante e stratificato, le abitudini del rock made nello stato di Washington (ma loro sono di San Diego), vuol dire uscire a mani vuote. Se vogliamo gli Stone Temple Pilots si riappropriano della loro natura californiana, ricordando qui più i Jane’s Addiction che i Pearl Jam o gli Alice in Chains, pur con le dovute proporzioni verso chiunque. Ancora più straniante il lavoro, o forse sarebbe meglio dire “il non lavoro”, sulla voce di Weiland: qui sì che Perry Farrell avrebbe qualcosa da dire. E pure il suo stilista. Sta di fatto che di fronte al microfono sembra esserci letteralmente un’altra persona.

Trippin’ On A Hole In A Paper Heart è chiaramente il pezzo più tradizionale del disco, scelta obbligata: ma di Atlantic o della band?

Non so dire quando sia avvenuta la fulminazione, quando Tiny Songs ha smesso di deludermi per quello che non era e ha iniziato a riscaldarmi l’anima per quello che è. Però è successo e in questo cammino ci vedo quello delle band e degli artisti che vogliono e possono dire qualcosa, anche se per solo un paio di giri di giostra. Dentro i 40 minuti occupati dai dodici pezzi ci sono panorami più vasti, eterogenei e inafferrabili rispetto a quelli cantati e suonati dal gruppo in Core e Purple. Non sempre con un’efficacia comparabile e di sicuro con un’appetibilità quasi azzerata per il grande mercato. Dalla scrittura agli arrangiamenti, dalle interpretazioni al gusto, tutto è cambiato e tutto racconta di una band differente, che comunque mette sul piatto armonie, racconti e viaggi in cui rotolare per qualche minuto (manca qualcosa per rimanerne incastrati a lungo).

Tra i tanti dischi sbagliati che ci spiegano storie più complicate e meno prevedibili di quelle impacchettate da discografici e studiosi del mercato, Tiny Songs degli Stone Temple Pilots è uno dei più rappresentativi e simbolici, di quegli anni novanta (e di quel panorama). Il senso e l’utilità di un album, inteso come raccolta di pezzi che fotografano una situazione umana e artistica, è anche se non unicamente questo. Il fatto che oggi come oggi il concetto di album sia caduto o stia cadendo in disuso, addolora queste mie stanche membra.

Here’s a song now if ya care

We can all just hum along

Words don’t matter anymore

(Adhesive Love)

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