Una partita a scacchi con gli Interpol

Interpol
Alle undici post meridiane in punto Paul Banks e Daniel Kessler staccano le mani dalle chitarre, tolgono il piede dai pedali, si scambiano un ultimo sguardo e regalano un inchino a un Palasharp che non ha fatto registrare il tutto esaurito, ma si è comunque riempito diligentemente per offrire tributo alla band di New York. Un’ora e mezza, novanta minuti e il sipario torna a chiudersi e le luci a illuminare l’uscita dal palazzetto del pubblico. Quando si dice la precisione…
Quando si dice la precisione, la puntualità e la professionalità, si parla indiscutibilmente del concerto degli Interpol di cui sopra. Tanto nel bene, quanto nel male. Nel 2002 la band di Banks si presenta all’universo-mondo con “Turn on the Bright Lights“, titolo tratto da un verso dell’ipnotica e preoccupante “NYC”: “ora è il mio turno, accendete le luci, quelle forti”, chiedeva con senso di responsabilità il biondino tutto barba dei tre giorni e cravatta dal nodo marmoreo. La grande mela tanto aveva dato, ora toccava a lui e a loro. Bene, se è ancora il suo turno, Banks farebbe meglio a crederci, a farsi trascinare dall’ondata di energia che deve essere un concerto rock.

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Eponimo is a porno

Interpol
"Interpol": copertina brutta? Sì? E quella prima?

Successo andata e ritorno: un treno metropolitano che sbuffa di elettricità e cigolii, lascia l’isola di Manhattan, tocca come un suburbano troppo zelante le banchine del vecchio continente e torna a reclamare ulteriori allori con un secondo e un terzo giro. Il convoglio è quello degli Interpol, esplosi a inizio decennio come portatori sani di un nuovo modo di essere newyorkesi e fare musica, unitamente ai compagni di merende (solo sui tabloid) di Casablancas: The Strokes.
Succede però che al secondo giro la gente non si affolli sulla banchina, succede anche che al terzo giro qualcuno rimanga tranquillamente altrove, dimenticandosi del perché e del percome quella metropolitana fosse tanto affascinante. Nel frattempo le carrozze si erano ripulite, date un tocco di charme internazionale e smussato qualche angolo: dall’etichetta “indie” più apprezzata dell’epoca (la Matador) si era passati a una major, una di quelle senza cuore e senza anima e, ancora peggio, senza speranze per il futuro.
Futuro che non sarebbe arrivato in groppa al treno Interpol, nel mentre tornati in Matador con tutta la voglia del mondo di ricominciare e capire cosa diavolo sia successo, al successo. Fatto sta che la traccia con cui si apre il quarto lavoro in studio del quartetto non lascia spazio a tante interpretazioni: “Success”.

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Luci dalla centrale

Interpol

Preparate il giumbotto pesante, Palletta si è rivelata utile e addirittura sul pezzo, segnalando al padrone di casa “Lights”, il nuovo singolo degli Interpol. Distribuito via Youtube “per un mondo con più embed”, “Lights” si gira attorno per cinque minuti e mezzo. Guarda di sottecchi tutto e tutti, nel mentre in cui si gonfia il petto con lo stesso giro con cui ha preso il via. Non propriamente il pezzo radiofonico per eccellenza, ma un episodio interessante, quello si. Ci sono le tanto chiacchierate “chitarre del primo disco”? Si, anche perché c’erano pure nel secondo e nel terzo, non fatevi intonnare! Ah, caso mai non si fosse colto, a seguire c’è proprio la canzone.

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Julian Banks in: grattacielo con vista

Julian Plenti is... Skyscraper (Julian Plenti)
Julian Plenti is... Skyscraper (Julian Plenti)

Julian Plenti potreste conoscerlo anche se non sapete di conoscerlo. E’ uno di quei nomi fittizi per far finta di non esistere o di non contare una fava, insomma: per lanciarsi senza troppe aspettative. Un po’ come il Grohl dei Foo Fighters, anche se poi il travestimento dura sei minuti e quindi tanti saluti. Julian Plenti è Paul Banks, voce tendenzialmente inconfondibile degli Interpol e a fine agosto pubblica il suo disco solista “Julian Plenti is… Skyscraper”. Il fantastico mondo dell’Internet ha però già cominciato la distribuzione elettronica e vagamente illegale dell’album.
A prima botta: dopo tre o quattro ascolti (gli undici pezzi fermano il cronometro dopo meno di 40 minuti) la sensazione non è troppo dissimile, per tipologia, da quella che lasciava “The Eraser” di Thom Yorke ormai… uhm, tre anni fa. Una versione spogliarello della musica degli Interpol, con arrangiamenti sempre meno ricchi, alcune atmosfere più pericolose se allestite dal gruppo di New York e un po’ di voglia di mettersi lì e fare qualche canzoncina giusto per farla.

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