Zeros – 2009: Them Crooked Vultures

Them Crooked Vultures

Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.

Mai presi a bastonate dopo essere stati infilati nel sacco di iuta di “Scumbag Blues”? Mai ipnotizzati dalla girandola di “Bandoliers”? Mai partecipato alla serata a biliardo finita orribilmente male di “No One Loves Me, Neither Do I”? Mai provato a fermare il carro armato in piazza durante la guerra civile di “Elephants”? Mai stati testimoni del bagno di sangue di “Caligulove”? Insomma: mai ritrovati a dover essere testimone dei quasi settanta minuti dei Them Crooked Vultures?
Chiamatelo supergruppo, se volete. Ma solo se volete menare sfiga, ché l’etichetta è di quelle che portano una scalogna micidiale. D’altronde, e tornando alla traccia cinque, far finta di non vedere l’elefante che sta nella stanza sarebbe davvero fargli un torto, all’elefante. Quando, arrivati ai credits, passano i nomi di John Paul Jones, Dave Grohl e Josh Homme chiunque potesse far finta di voler pensare solo alla musica del (ahiloro) supergruppo, non può fare a meno di far cadere la maschera. Quando a riunirsi sono un bassista, un batterista e una chitarra/voce che, ognuno nel proprio tempo, han fatto storia… allora è difficile slegarsi dalle aspettative.

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Zeros – 2008: Modern Guilt (Beck)

Beck Modern Guilt

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Il disco del 2008 è “Modern Guilt”, l’ultimo di Beck. Quello di “Odelay”, tra gli altri. Ma ne ho già scritto troppe volte. In giro per i vecchi blog, sui forum, cose simili. Sono assolutamente privo di cose interessanti da dire a riguardo e quelle che avevo da dire se ne sono già andate. Quindi raggiungiamo l’apice del baratro riciclando la mini-recensione che avevo scritto, ai tempi, per la rubrica musicale di The Games Machine. Insomma, così è. Così arriva a mancarmi solo quella del disco del 2009 per chiudere entro la fine dell’anno la collana e festeggiare i diechi dischi del decennio. E pant. Nel caso: buona lettura.

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Zeros – 2007: In Rainbows (Radiohead)

Radiohead In Rainbows

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Non esiste un concentrato di paradossi e fraintendimenti più significante, simbolico e ad alta densità di “In Rainbows”, il disco con cui i Radiohead si sono ripresentati al mondo a quattro anni di distanza da “Hail to the Thief”. E’ il 2007 e buona parte del mondo vive a cavallo della Grande Rete, doma il flusso di dati vomitato dalle dorsali oceaniche e si immerge minuto dopo minuto in un mondo iper frammentato. Migliaia e milioni di briciole da raccogliere, di tweet da seguire, di aggiornamenti di stato, di filmati, filmati di risposta, filmati di risposta ai filmati di risposta. Una lunga, perenne, nuotata nell’informazione spicciolissima, disgregata, in inarrestabile divenire. Ovunque.
Non esiste un momento globale popolare, il concetto di unità, di coesione e di irripetibilità va scomparendo. Qualsiasi esperienza è stata registrata, testimoniata e messa on line. Prima, durante o dopo la sua esistenza ufficiale. Succedeva ieri, magari succede oggi, risuccederà domani: ognuno sceglie quando, cosa, quanto, bombardato da una splendida e delirante pioggia di comete dell’informazione. Spesso inutile, secondo i canoni più generici (o storici, o antichi).
Non esiste più il disco, ma i singoli, le canzoni. Non esiste più il lancio ufficiale di un disco, ma il “leak”. Non esiste più il disco da tenere tra le mani, ma il digitale da comporre e scomporre, riversandolo da un cellulare a un computer. Non esiste più una sorpresa, la più improbabile delle band sfigate ha almeno due blog, un profilo MySpace, la fanpage su Facebook, l’account di Twitter e un paio di oscuri magazine online dedicati proprio al suo genere. Sì, anche se il genere è “tombini battuti con cotton fioc viola utilizzando solo la mano sinistra e pizzicando un ukulele con la destra”.
Esiste “In Rainbows”.

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Zeros – 2006: Silent Shout (The Knife)

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Sarebbe bello poter far finta che il 2006 non sia stato un anno ignobile sotto molteplici punti di vista, ma qui si chiede della nuda realtà e quindi sì, il 2006 ha fatto largamente pietà. Anche nel fantastico mondo dei dischi che contano. Per portare verso la sua naturale conclusione la collana Zeros, servono ancora quattro puntate e per quella dedicata al 2006 c’è l’imbarazzo della scelta. Nel senso che ogni scelta è vagamente imbarazzante, tranne una: “Silent Shout” degli Knife. O “dei Knife“. O “dei The Knife“, non si sa. Avrei anche violentato la storia, piegandola a favore dell’EventoUnicoTotale del 2006 (la vittoria dei Mondiali di calcio, ovvio), e quindi selezionando “The Informant” di Beck, che era all’incirca contemporaneo alla kermesse da brividi, ma il Beck ha già prenotato il 2008, quindi…

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Zeros – 2005: Howl (Black Rebel Motorcycle Club)

Black Rebel motorcycle club howl
Howl (Black Rebel Motorcycle Club, 2005)

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Con quei capelli un po’ così, programmaticamente arruffati, Robert Levon Been avrebbe potuto mascherarsi da Robert Smith. La pagliacciata non sarebbe durata un granché, non oltre i primi due album, che già avevano poco a che spartire con i Cure. Un modo arzigogolato per dire che, al di là del “mood” qua e là vagamente disperato, i Black Rebel Motorcycle Club non hanno nulla da condividere con il panda darkettone d’annata. E mai avrebbero potuto supporre di averlo dopo “Howl”, il disco del 2005 che segna un distacco netto, ma non traumatico, dalle prime due produzioni e che, in particolare, riafferma violentemente (anzi, morbidamente) le origini 100% U.S.A. della band.

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Zeros – 2005: Howl (BRMC)

Black Rebel motorcycle club howl
Howl (Black Rebel Motorcycle Club, 2005)

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Con quei capelli un po’ così, programmaticamente arruffati, Robert Levon Been avrebbe potuto mascherarsi da Robert Smith. La pagliacciata non sarebbe durata un granché, non oltre i primi due album, che già avevano poco a che spartire con i Cure. Un modo arzigogolato per dire che, al di là del “mood” qua e là vagamente disperato, i Black Rebel Motorcycle Club non hanno nulla da condividere con il panda darkettone d’annata. E mai avrebbero potuto supporre di averlo dopo “Howl”, il disco del 2005 che segna un distacco netto, ma non traumatico, dalle prime due produzioni e che, in particolare, riafferma violentemente (anzi, morbidamente) le origini 100% U.S.A. della band.

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Zeros – 2004: To the 5 Boroughs (Beastie Boys)

To the 5 Boroughs (2004 - Beastie Boys)
To the 5 Boroughs (2004 - Beastie Boys)

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Due dischi in oltre dieci anni: questo l’inquietante e lievemente deprimente record dei Beastie Boys. Da “Hello Nasty” (1998) all’imminente (si spera) “Hot Sauce Commitee Part 1” saranno ben dodici le primavere appassite, con il solo “To the 5 Boroughs” (2004) a spezzare il digiuno, continuato a prescindere dal divertente esperimento strumentale di “The Mixed Up” (2007). Poca roba. Ma se la quantità va di pari passo con la qualità, si può quasi far finta di nulla.

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Zeros – 2003: Her Majesty (The Decemberists)

Her Majesty (The Decemberists - 2003)
Her Majesty (The Decemberists - 2003)

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Esiste la musica in costume e non è quella dei Kiss. Direttamente da Portland (OR), i Decemberists atterranno nel 2003 con il secondo LP di una carriera a quel punto già splendidamente avviata verso un futuro di nicchie dorate, destino promosso da “Castaways & Cutouts” appena un paio d’anni prima.
“Her Majesty” è uno di quegli album talmente arguti che anche il titolo andrebbe letto a modo suo: “Her Majesty, the Decemberists”. I 53 minuti e gli undici pezzi sono sufficientemente tematici da poter parlare a buon titolo di un album in costume. Sono le divise da guerra civile o quelle dei soldatini spazzatura della fanteria da prima guerra mondiale, con cui il rubicondo Colin Meloy (leader spiritual-propagandistico del gruppo) si presenta spesso e volentieri per le sessioni di foto ufficiali.

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Zeros – 2002: Songs for the Deaf (QOTSA)

Songs for the Deaf (Queens of the Stone Age - 2002)
Songs for the Deaf (Queens of the Stone Age - 2002)

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Ancora qui con la storia del terzo disco, quello della conferma. Intramontabile almeno tanto quanto noiosa. Josh Homme e Nick Olivieri, però, devono averla presa sul serio attorno al 2001, quando si mettono al lavoro su “Songs for the Deaf”, terza impresa discografica del gruppo che ha debuttato solo pochi anni prima (1998) e ha già infilato un paio di “hit” con il precedente “R”. 
E se disco della conferma dev’essere, che sia. Anzi, già che ci siamo mettiamo assieme anche il miglior album che mai porterà il marchio Queens of the Stone Age. La stampa statunitense ha già le antenne drizzate, tra questo e il nuovo dei White Stripes, pare che sia tornato il momento per il “vero” rock’n rock di alzare lo sguardo e smetterla di vergognarsi. Qualcuno giura addirittura di sentir partire dei vaffanculo degni di nota durante i circa 60 minuti del disco con la “Q” spermatozooata.

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Zeros – 2001: Discovery (Daft Punk)

Discovery (Daft Punk - 2001)
Discovery (Daft Punk - 2001)

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Gli anni del liceo (o della scuola superiore, in senso più largo), sono importanti. Quando non cerchi di prendere una strada e calarti dentro un costume per gli altri, lo fai almeno per te stesso. Insomma: si prendono delle decisioni, si fanno delle scelte, bisognavano. E quindi se decidi di essere rock, molto rock, come l’atmosfera dell’epoca permetteva ancora, oltretutto, allora poi è un po’ casino far finta di accorgersi che ci sia anche altro. Fortunatamente per me, non ho mai avuto sufficiente stima delle mie convinzioni per non ritenerle ampiamente modificabili cinque minuti dopo la formulazione. Insomma: va bene la nascita musicale a botte di Nirvana, Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Cure e quant’altro. Ma quella roba lì elettronica ce la fa, ce la fa per davvero.

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