This is not for you

This is not for you

Questa mattina ho deciso di partire col piede giusto: registrata la permanenza di uno stato piovoso su quel della Milano, ho imbacuccato nelle vesti di Hogwarts (trattasi della mantellina per evitare il 15% di infradiciamento) il labrador e l’ho portato al pascolo. A quel punto ho pensato che l’unico modo per affrontare il primo spezzone di giornata fosse testimoniando le brutture a caso in cui mi sarei imbattuto. Cioè, dai, roba semplice.

La prima corrisponde, per me prevedibilmente, allo stato catatonico misto a delusione e con una presina qb di “te la farò pagare fortissima” in cui crolla il cane di cui sopra, una volta scoperto che deve nuovamente travestirsi da maghetto e a disposizione non ha nemmeno i punti Grifondoro. Ma di questo, ahimè, non ho (colpevolmente) una foto.

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ReCoRe: Recupero Concerti Recenti

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Non uno, non tre, ma due concerti tra la fine di agosto e i primi di settembre. Uno diametralmente opposto all’altro, all’angolo destro (anzi, al Forum di Assago) i Nine Inch Nails fresconi di nuovo album, Hesitation Marks, dall’altra parte i toscomilanesi d’adozione Baustelle, che hanno letteralmente incendiato l’angolo dello gnocco fritto alla festa del PD di Sesto San Giovanni. O, come dicono da quelle parti alcune insegne, “Sixth St. John”. Incendiato il settore gnocco fritto, sì, o qualcosa del genere, perché il risultato, il giorno dopo, è stato comune ad almeno due dei partecipanti all’allegra festicciola: un lungo discorrere di santi e digestioni mal riuscite. Ma il concerto… be’ il concerto dapprima non è andato male, quando il gruppetto della spensierata allegrezza ha dedicato tempo e forse qualche base alla messa in scena di un buon numero di pezzi tratti dall’eccellente Fantasma. Certo, averli visti a inizio anno al Teatro degli Arcimboldi, con quell’acustica lì e con quella mega orchestra là, ha un po’ mitigato l’effetto. Però non ci si lamenta, anzi, sempre un gran bel sentire. Molto meglio, però, la seconda parte col recupero di pezzi più o meno storici. E fa nulla se si finisce ancora e sempre con “Charlie Fa Surf” (piuttosto che con l’altrimenti perfetta “Andarsene così”, che in realtà chiude il penultimo encore), perché prima c’è stata roba di qualità inattesa: “La Moda del Lento”, “E.N.” e “La Canzone del Parco” riproposte con arrangiamenti tra il curioso e il sì-grazie-ancora-due-porzioni. Promozione totale.

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Blur a Milano, Oasis all’inferno

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Se possibile, le diciotto canzoni che ieri i Blur hanno sparato in faccia al folto ed eccitato pubblico milanese rappresentano la finale e conclamata vittoria della band sui diretti rivali Oasis. Ex diretti rivali. Ex Oasis. Ex battaglia giocata più dalla stampa e dalla connivenza paciosa e divertita di Liam Gallagher, che da altri. E sì, l’argomento è stucchevole oggi anche più di quanto non lo fosse diciotto (!) anni fa, quando si consumò lo scontro più cruento: il lancio in semi contemporanea di “(What’s the Story?) Morning Glory” e “The Great Escape”. Io ero in Sardegna, in vacanza, senza televisione e con un sacco di libri e di Melody Maker e di New Musical Express e qualcos’altro ancora. Oggi, appunto, sono passati quasi vent’anni, gli Oasis manco esistono più e pare quasi ridicolo e crudele riaprire il confronto quando da una parte ci sono i Beady Eye e dall’altra questi splendidi Blur. Ma non sono stato io per primo, a farlo, giuro. Ieri, dopo un po’ di ressa per entrare all’Ippodromo del Galoppo (niente in confronto a quella che avrebbe regolato l’uscita stile tonnara), ci ritroviamo di fronte a un tizio con una maglietta: “Gli Oasis hanno l’AIDS”. Niente che possa ambire al premio fair play 2013, ma l’origine è nota. E poi, quella maglietta, era bianca bianca e con la scritta nera nera, pareva nuova di pacca: le possibilità sono due, o se l’era tenuta sotto naftalina dal 1996 o se l’era regalata apposta per l’occasione. Quindi non faccio inutile caciara, ma cronaca amici. Cronaca!

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Smashing Pumpkins: allegrezza scomposta

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Secondo concerto degli Smashing Pumpkins a Roma in quindici anni e per festeggiare, all’Ippodromo delle Capannelle, c’è il pubblico delle grandi occasioni. Intendo quello formato dai plotoni di zanzare che accerchiano e torturano chirurgicamente il pubblico, scaldato a sufficienza dalla Mark Lanegan Band (che, ripeto, dovrebbe sempre suonare solo in locali fumosi con eccesso di poltroncine in pelle) e in attesa che le luci si spengano. E che la palla gigante del tour monotematico dedicato a Oceania arrivi a illuminare la serata capitolina. E che i suoni si propaghino forti e maschi nell’aria, per andare a bonificare anime, cuori e menti di chi crede, ma anche di chi non ha più fiducia nella pancetta di William Patrick.

Poi invece le luci si spengono, per primo sul palco prende posto proprio l’ex capellone incazzato a morte e schifiltoso verso l’esistenza, seguito dalla Fiorentino (che per l’occasione sfoggia una t-shirt con scollo a barchetta [credo, dubito, forse] di rara classe: “I <3 Roma”), poi dal bidello Schoreder e dal sempre più lanciato Byrne alla batteria. Quando parte il riff di “Quasar” è chiaro che la palla di Oceania non ci sarà, sostituita da una piramide che forma uno schermo alle spalle del gruppo e che le zanzare siano state violentemente spazzate via dal movimento dell’aria. Una bella vittoria. Anche se il volume, per chi sta sotto al palco e un po’ decentrato, è addirittura esagerato, tanto che si rischia un po’ la distorsione e un po’ di sotterrare la voce di Corgan. Succede anche quando la band scivola veloce dentro a “Panopticon”, i due pezzi che aprono il disco del 2012 e che, da un paio di stagioni, vengono eseguite “spalla a spalla”, perché così ha senso farle.

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Di voi, ai Baustelle, non frega un cazzo

Dieci anni fa, di questi tempi, Francesco Bianconi suggeva, con fare vagamente infastidito, nicotina sulla lastra di marmo che apriva come il cancelletto di una discesa libera (tanto più quando l’inverno attaccava duro) le porte al 45 di via Asiago. Milano.

Ieri sera Bianconi si è seduto di fronte a un’intera orchestra sinfonica, sul palco del Teatro degli Arcimboldi, davanti agli occhi e dentro le orecchie di un tutto esaurito da tempo. Con applausi che anticipano (bestialmente, ma comprensibilmente) la chiusura dei pezzi, con una standing ovation che accompagna fuori la corposa band e l’orchestra, dopo (appena) due ore di spettacolo. A Milano. Dieci anni dopo.

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Soundgarden, Pearl Jam, combo

Il prossimo sedici novembre uscirà “Animal King”, nuovo disco in studio per i Soundgarden, primo dopo “Down on the Upside”. Sedici anni dopo. Il singolo già si trova in giro e soprattutto nella pagina Soundcloud della band dell’ormai quarantottenne (per tutti i santi) Chris Cornell. Il disco, con tutto che è stato prenotato da queste parti, ancora non si può godere nella sua possente interezza. Ma per intanto c’è un ma: torneranno in tour o bisognerà accontentarsi dei concerti dell’estate che ci ha salutato da ormai più di un mese? Continua a leggere Soundgarden, Pearl Jam, combo

They gotta be adored

[dc]A[/dc]lla zona concerti dell’Ippodromo di San Siro, approntata da Four One dopo il deprimente scazzo con il comune per il fu Milano Jazzin’ Festival, si accede attraverso l’equivalente di una porticina da sotterranei-con-cantine. “Come pensano di far fluire il mare di gente dopo lo show?”, viene da chiedersi. Poi ti avvicini all’ingresso del prato (ore 19), conti meno di cento persone in attesa che si aprano i cancelli figurati (in realtà tre classici armadi da Security) e qualche dubbio te lo togli anche. L’Italia non è il paese del New Musical Express: se la pubblicazione inglese è un anno che tira la volata al ritorno sui palchi degli Stone Roses, da queste parti la situazione è ben diversa. Una valanga di tifosi bianchicci della terra d’Albione si mischiano ai fan tricolore nelle ore che anticipano l’inizio dello spettacolo. Da queste parti è arrivata l’eredità forte dei mancuniani, Oasis su tutti.

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The Cure come Super Mario

Imola è stata vendicata, i parcheggiatori ancora no: The Cure a Rho, 7/7/2012
[dc]V[/dc]erso quella che il pubblico da festival supponeva potesse essere la fine del concerto, le due tizie che ci affiancavano sono state a tanto così dal lamentarsi. Da una decina di minuti chiacchieravano sonoramente di vestiti, mobilio e chissà che altro, eppure quelli sul palco si ostinavano a far bordello. Potevi leggere il fastidio e il disappunto proprio sotto alle sopracciglia disegnate col punto-croce. Pubblico da festival, tutto sommato. Che è poi tutto quello che rimane alle giornate sponsorizzate da Heineken in quanto a festival: un solo palco, due gruppi dal nome altisonante e altri due conosciuti giusto ai parenti di primo grado. Se questo è un festival, Reading, Pinkpop o Benicassim sono l’Apocalisse gioiosa. Anche e soprattutto per l’effetto festival sono arrivato al concerto di sabato sera dei Cure con poche speranze nel taschino dell’animo: il ricordo più prossimo si riferiva al 2004, quando Smith e la compagine dell’epoca presero il palco a Imola dopo Ben Harper, Pixies, PJ Harvey. Insomma, quello poteva lontanamente dirsi un festival, ma il discorso è un altro: il discorso è che quel concerto è stato il meno riuscito tra gli show dei Cure a cui abbia assistito. E non sono pochi (sette, contando velocemente a casaccio).

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The Day They Tried it Live

Donne, è arrivato il Chris Cornell! Controlla le vostre... uhm... tubature :(
[dropcap]A[/dropcap]lla fine anche l’ampio spazio antistante l’altrettanto voluminoso palco allestito al nuovo polo fieristico di Rho si riempie. Almeno a metà, perché la porzione dietro il mixer, quella fiancheggiata da un robusto cordone di botteghe del panino, laboratori della piadina emiliana e friggitorie di patate assortite… be’ quello rimane vuoto. Ma lo slargo ricavato a fianco dell’affascinante e monumentale rampa che costeggia il fianco est della nuova fiera è in effetti esagerato per quello che, tecnicamente, è il concerto di una singola band. Per quanto attesa, per quanto sognata, per quanto rimuginata in testa per anni da chiunque (e saranno stati poco meno di diecimila ieri sera, sedici secondo la questura) sia in perenne astinenza da anni novanta. La band è quella dell’installazione sonora di Seattle di fine anni ’80, Soundgarden. L’evento è all’atto pratico un piccolo festival, che si celebra per motivi del tutto inspiegabili in un lunedì tutt’altro che festivo, con buona pace di Mr. Greg Dulli che, coi suoi [tooltip title=”La band col nome ortograficamente più complicato da ricordare di sempre”]Afghan Whigs[/tooltip] come terzo dei quattro gruppi “spalla” (definizione ingenerosa in questo caso), ringrazia il pubblico: “credevamo fosse un giorno festivo in Italia oggi, perché cazzo hanno organizzato un festival di lunedì? Grazie comunque per essere venuti”.

In realtà la sensazione è che, tra il pubblico (che veste principalmente Pearl Jam, poi anche Alice in Chains e Smashing Pumpkins,  con spruzzate di Nine Inch Nails), in pochi si ricordino del gruppo di Dulli. Tanto che il set di circa un’ora viene festeggiato con entusiasmo pari a quello di una pausa pranzo in un centro commerciale. Qualche esagitato comunque c’è e riesce, grazie al cielo, a godere di un Dulli smagrito oltre ogni più rosea previsione e di [mark]una scaletta che pesca dal repertorio senza sbagliare un colpo[/mark]. Prima degli Afghan era toccato ai belga Trigger Fingers aprire le danze quando nemmeno erano scoccate le quattro del pomeriggio: set imprevidibilmente infuocato, grande presenza scenica e splendido abbigliamento per un gruppo tra il blues e lo stoner. Sempre a patto che “stoner” esista come genere.

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I concerti dell’estate

Vi siete presi i biglietti per i Radiohead? No? Buon per voi...
[dropcap]L'[/dropcap]imbrunire della vita si misura col calare dei concerti, ma quest’anno andrà un po’ meglio rispetto agli ultimi due. Così, navigando tra naso e memoria. Negli ultimi mesi sono già stati messi in archivio alcuni signorili spettacolini di band permeate da quella tipica gioia di vivere che tanto va di moda: i Gomez ai Magazzini Generali, Mark Lanegan all’Alcatraz e addirittura i Subsonica al Forum di Assago. La distanza con i quindici show annui dei tempi migliori è ancora tanta, ma la stagione delle zanzare tigrate ci darà una mano. Sono quattro i concerti previsti per il trittico del sudore: giugno, luglio e agosto. Per una coincidenza del tutto fortuita trattasi sempre e comunque di concerti in stile greatest hits o “ciao, ci siamo rimessi assieme, ti avanzano due euro?”. Che è un po’ un bene e un po’ no, ma a tal riguardo solo la storia potrà giudicare efficacemente. Comunque, andiamo coi dettagli.

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