Arcadia: Liquid Kids

Di fronte alle belle casette di via Fiume potevano trovare posto le giostre, alcune volte

In tutti i paesini della provincia, di qualunque provincia (tranne forse quella d’Isernia), in un dato mese dell’anno compaiono Le Giostre. Non il circo eh, che il circo forse anche, ma è talmente deprimente che no, niente circo. Le giostre, invece, che a Vimodrone atterravano all’incirca a maggio, dopotutto il periodo buono è quello un po’ ovunque. Tranne forse a Isernia. Nella bella metropoli alle porte dell’altra e più grande metropoli, le giostre potevano trovare posto in una delle tre potenziali zone, ma tanto Vimodrone non è per davvero una metropoli e quindi tutte e tre le zone erano e sono, almeno suppongo, facilmente raggiungibili.
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Arcadia: Dark Seal

Ve lo ricordate? Uniamoci, discutiamone, fondiamo un club: è Dark Seal

Genere: gioco coi draghi e le armature. Perché a voler essere più precisi, ci si infila in un discorso sui sistemi massimi dei videogiochi che è quanto di più noioso possa esistere dopo le menate dei benpensanti sull’arte intrinseca ed estrinseca di Ico. O cose simili, insomma. Dark Seal aveva, probabilmente, qualcosa del plat’em up tanto caro alla scuola Ualoniana, che vede in Ghosts’n Goblins il plat’em up primigenio: ci si muove, si salta, si corre e si affrontano i nemici da distanza. In Dark Seal (Data East, 1990) non si salta e si corre pochino, nel frattempo la visuale è quella in voga quando i motori 3D erano ancora lungi dal diventare un passatempo quotidiano: isometrica, quindi. O “a volo d’uccello”, o altra espressione equivalente. Dire, quindi, che Dark Seal fosse un plat’em up è più che un’imprecisione, si avvicina quasi alla cazzatona, però i quattro eroi che si muovono attraverso i suoi mondi diabolicamente infestati (il ninja, il cavaliere, la maga porca e il bardo che canta le canzoni di Prince) si guardano bene dall’attaccare le mefistofeliche creature a meno di un paio di metri di distanza.
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Arcadia: Bubble Bobble

Il bello coi quadratini: grazie amici di Togliatti!

Ci sono tanti modi per scoprire la politica e se anche vorrei poter dire che è stato un frontale con il pasticciaccio di Mani Pulite mentre leggevo di Desert Strike (il gioco) su un autobus in zona Stazione Centrale, la realtà racconta una storia differente. Nell’unico anno di frequentazione di Scuola Calcio Vimodronese, già celebrato in un apposito post, una domenica mattina invernale ricca di neve, fiato vaporoso e messa finita si è trasformata nell’occasione per visitare la sala giochi. Che non era una sala giochi, ma semplicemente il bar con il maggior numero di coin-op del paese. Dentro, già da qualche anno, venivano spese montagne di monete da 200 lire, tante da ripianare l’attuale debito di Parmalat o qualcosa che ci si avvicina particolarmente. Così come da qualche anno si davano il cambio cabinati più o meno celebri, più o meno conosciuti, a volte apprezzabili: Rastan Saga, Psychic 5, Spy Hunter, quel gioco lì del calcio di SNK pre-Neo Geo e visto dall’alto, poi ancora Robocop, Rodlande milleseicento altri.

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Arcadia: Mortal Kombat

Mortal Kombat: cialtronate yankee di un certo livello
Mortal Kombat: cialtronate yankee di un certo livello

C’è una sottile linea rossa che unisce Johnny Cage alla briscola a chiamata, le cosce di Sonya al pareggio di Marocchi all’ultimo minuto, i ghiaccioli di Sub Zero ai mottarelli del banco frigo: la sottile linea rossa è arancione, e a dirla tutta oggi come oggi non è nemanco più arancione. Semplicemente non è più. Ma nel 1992 l’arancione era il tema cromatico de L’Ottagono, bar di dimensioni piuttosto generose che ha rallegrato il pubblico vimodronese tra anni ’80 e ’90 (e anche prima, a occhio). Passavano le stagioni e lui, meglio di Oriali, stava sempre lì nel mezzo: nel mezzo del vialone centrale (50 metri di lunghezza per cinque di larghezza, occhio) del frizzante paesino alle periferie di Vimodrone.

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Arcadia: Cadillac and Dinosaurs

Cadillac and Dinosaurs
Macchinoni, dinosauroni, pettoni: Capcom senza paranoie (1993)

In un tempo in cui tutto era più semplice, i videogiochi si valutavano in base alle dimensioni. A nessuno, e dico: nessuno, sarebbe venuto in mente di trifolare gli altrui zebedei con disquisizioni arzigogolate che cianciano di game design, sovrastruttura e metareferenzialità. Con pollice e indice di fronte alla faccia del tuo amico era sufficiente indicare, spannometricamente, quanto fosse gigantesco lo sprite di quel gioco là nuovo, alla sala giochi. “C’ha i personaggi grossi così!”, e tanti saluti alle sorelle.
Cadillac and Dinosaurs fa parte del gruppo. Come gli altri settanta picchiaduro a scorrimento con cui Capcom ha velocemente saturato il mercato nel giro di tre o quattro anni. Ma, finché è durata, nessuno ha mai osato per davvero lamentarsi. Al massimo c’era l’altro discorso, quello all’inverso: “la conversione di Saturday Night Slam Masters per Super Famicom è una chiavica, c’ha gli omini grossi così”. Pollice e indice quasi chiusi uno sull’altro. Che poi era anche vero: bisognava ridurre per infilare tutto in una cartuccia. Non stiamo neanche qui a ritirare fuori i pianti e le urla diffuse per il globo quando Magic Sword si è fatto vivo su Super Nintendo. Per fortuna, anni dopo, abbiamo raggiunto la maturità necessaria per poter dire senza problemi che Magic Sword è un gioco del menga. E tutti a casa.

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Arcadia: Phoenix

Phoenix
Phoenix: se vuoi fare squatting nello spazio, segui le istruzioni

Nella mia stellare carriera di mezzasega ai videogiochi elettronici, due sono i momenti di svolta, di evoluzione. Evoluzione dell’interesse, sia chiaro. Il secondo arriva con Super Mario 64 e l’idea che fosse proprio un argomento interessante di discussione e di salivazione, questo dei giochi del diavolo che se non studi finisci a drogarti sotto ai ponti. Poi, nel tempo, il divertimento della discussione è venuto un po’ meno, anche per l’iper-esposizione subita dalla faccenda in… non so, facciamo dieci e più anni di redazioni e via andando. Ma il primo? Il primo momento non è esattamente Bubble Bobble, anche se mi piacerebbe crederlo. Bubble Bobble era una figata con la bolla superpiù, ma aveva anche molto del social network da baretto, quindi meriti suoi ma che andavano a infilare i tentacoli nel mondo oltre lo schermo. No, il primo momento di passaggio è quello vissuto di fronte allo schermo che, a fianco di una spiaggia calabrese, sputava i colori e gli angry birds d’altri tempi di Phoenix. Taito. Anzi no, mica Taito: Centuri, United States of Ammeriga. Devono toglierlo Wikipedia, perché o dice cazzate o mi ammazza la poesia. Toglietelo, datemi Babich che s’inventa le cose e mi regala un mondo di crack migliore.

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Arcadia: City Connection

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Illustrazione giapponese per City Connection: è tutto un Bird Studio qua.

Diventare adulti vuol dire trovare risposte noiose a quesiti esistenziali bellissimi. Rovinandoli, svilendoli e cacciandoli a raccogliere siringhe al parco per il resto dei loro giorni. Tipo: perché cavolo le strade le fanno grigio-nere? Un bell’azzurro, un roboante rosso, un vitale giallone, uno speranzoso verdino non renderebbe l’occhio più allietato, il cuore rigonfio e la mente sgombra da quella voglia di cannabis che attanaglia alcuni? Certo che sì, ma poi ci passano sopra le gomme delle auto, la gente che vomita dopo la disco, le rane tatuate dalle gomme di cui sopra e quindi…

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Arcadia: Out Runners

Out Runners

Un coin-op e un luogo: Arcadia è la collana di post geotaggati con la retropassione che fa tanto chic. Clicca qui per leggere gli altri “episodi”.

Com’è possibile sentirsi soli nel volere bene ad Out Runners? Non è credibile che, già all’epoca, ci fosse una sorta di onda hipster-protofighetta per cui il seguito del primo e unico OutRun andasse boicottato. Intendo: manco c’era internet per tenersi aggiornati su quanto fosse giusto odiare cosa nel dato momento! Fatto sta che in diciassette anni non ho mai trovato qualcuno che davvero avesse voluto bene ad Out Runners, né ho mai dovuto aspettare più di un “turno” alla sala giochi un po’ sghemba che, nell’estate del 1993, ho rifocillato di monetine per continuare a derapare come un provetto… out runner, per l’appunto.
La sala giochi sghemba poggiava placida le sue pareti fatiscenti ad Alba Adriatica, un posto che se ne conosci solo il nome pensi che sia davvero squallido, ma che se poi invece ci passi anche capisci che in effetti un po’ misero eh. Però, io, ad Alba Adriatica ho passato un buon numero di estati, quindi Alba Adriatica è automaticamente uno dei posti più fighi che il mondo metta a disposizione dell’essere umano. Il cui spettacolo offerto dal variegato popolo della vasca (aka “il lungomare”) è superiore di uno zinzino pure all’alba boreale e Wynona Rider dei bei tempi.

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Arcadia: Solomon’s Key

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C’è già troppo Cologno Monzese ma non se ne può fare a meno, per ora. Essendo cresciuto al limitare di quel piccolo paradiso in Terra che è Vimodrone, ho dovuto sorbirmi le influenze mentali, sociali e tamarre di Cologno della Puglia. Non mi hanno sconfitto, ma dopo Combat School mi hanno perlomeno offerto a lungo la possibilità di frequentare un altro coin-op degli anni che furono: Solomon’s Key.
Anche Solomon’s Key se ne stava placido nel suo posticino in zona Garden City, con un po’ meno Garden e ancora più lontano dalla City, avanzando senza paura verso la rotonda che porta a Cernusco sul Naviglio.

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Arcadia: Golden Axe the Revenge of Death Adder

Ci sono domande destinate a rimanere senza risposta: perché non è mai esistito un vero Sonic per Saturn? Che senso aveva il 32X? Perché diavolo Sega non ha mai convertito il secondo, vero, Golden Axe per alcuna console? Come se l’hardware del Saturn non fosse pensato apposta per giochi simili… O ancora: com’è possibile che quel lurido tugurio si portasse a casa la palma di migliore sala giochi di Milano? E perché a un certo punto si è riempito di cinesi? Ma, poi, è vero che ci spacciavano più che in tutta Bogotà? Il tugurio erano le quattro pareti mobili della New Rocky, il luogo era Porta Venezia, a un tiro di schioppo (o meglio: due fermate della MM1) da Loreto e comodo comodo per una vascata il sabato o la domenica. Ti facevi tutto Corso Buenos Aires, rimirando negozi di videogiochi e di dischi, poi finivi lì.

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Arcadia: Raiden

Raiden logo

Arcadia è la serie di stravolgenti post che collega nostalgia e senso dell’inutilità: un vecchio gioco “da bar” e il luogo in cui è stato provato con più amore e frequenza. Per le puntate precedenti cliccate qui.

Allora, per questa volta ci ripetiamo e rimaniamo a Vimodrone. Anche perché saranno almeno tre o quattro i luoghi Arcadici amorevolmente legati al capoluogo di provincia (provincia di Vimodrone, ovvio), quindi meglio sbolognarne fuori subito un altro. E quest’altro finisce nel registro delle rimembranze proprio per uno sputo. Parliamo di un baretto all’apparenza nuovo, ma dalla frequentazione talmente trasversale da non poter essere catalogato né come “locale malfamato”, né tanomeno poteva ambire a ritrovo parrocchiale. Un’inutilità completa, insomma. Resa meno tale solo perché c’erano dentro un paio di giochi che altrove non si trovavano, non so se per scelta del gestore (no) o per scelta di quello che gli noleggiava i cabinati (questa è più probabile). O forse per il semplice motivo che ci andavo/andavamo a spendere delle monete e quindi credeva di aver azzeccato le schede giuste. Che, per la precisione, rispondevano al nome di: Truxton e Raiden.

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Arcadia: Ghosts’n Goblins

Ghosts'n Goblins

Chiunque ha un Bar Simpaty. In un qualche punto di qualsiasi paesino sperduto, come di metropoli d’asfalto, c’è il bancone provvisorio e il senso di smarrimento da cialtroneria sfaccendata tipico di un Bar Simpaty. Da qualche parte si raddoppia anche col Roxy Bar o il Bar Caffé Guarany, il primo è naturalmente la prova provata della mediocrità della media dell’essere umano. Il secondo solo un appisolante conformarsi addosso al proprio caffettaro, quello che riempie la macchina di chicchi tostati.
Nel mio Bar Simpaty c’era Ghosts’n Goblins, il che vale già un bel pezzo di simpatia. Anche se voci brutte si rincorrevano: “una volta l’hanno chiuso per la droga”, “pare che lì ci sia la gente che si tira le bastonate in mezzo agli occhi e poi fa tre passi e muore”. Insomma, uno di quei bar che alle mamme non piace. Ma Ghosts’n Goblins è del 1985 e io a cinque anni ero, fortunatamente, in tutto e per tutto sotto la tutela della mamma. Che quindi, forse, faceva meglio a non sapere che ogni tanto si andava pure al Bar Simpaty in Via Leopardi, naturalmente a Vimodrone. Insomma, “alle case rosse”. Mica per rigurgiti anticomunisti, ma proprio perché erano rosse.

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