Il nostro Fonzie, il nostro squalo


Di , 9 agosto 2017

Non voglio inciampare nella stessa cattiveria a buon mercato che ha già macchiato queste pagine in passato. Si fa per ridere, si fa per dire due cose a caso su un blog, però si rischia sempre di fare del male alla gente. A chi è mosso e sorretto (o afflosciato come un soufflé) da sentimenti e voglia di sentirsi bene con se stesso. Quindi sì, niente sassasiole dell’ingiuria sarcastica da queste parti. Anche se è difficile, complicato e pure a rischio di becero buonismo. Come quelli che dicono che la gente che sbarca a Lampedusa andrebbe tutta accolta senza manco una bella remata in faccia, maledetti buonisti! Li ospitassero loro tutti questi qui, tutti questi remi!

Ma comunque: oggi si parla di Fonzie e dello squalo, la malefica idea di un pool di firme degno de Gli Occhi del Cuore, che nel 1977 diede inconsapevolmente vita a un espressione idiomatica. A un riferimento. A un’immagine ben precisa… quella che ritrae alla perfezione il momento in cui il punto di non ritorno viene oltrepassato. Quando non c’è più niente di salvabile, quando il rispetto e financo il pudore se ne sono andati a fare in quel posto lì. Ma lasciamo la gente di Trump alle prese con le beghe di Trump e dei luminari di cervellologia che ci stanno dando dentro. Facciamola alla nostra maniera, all’italiana: l’equivalente potrebbe esistere e negli stessi minuti in cui la mia squadra di avvocati e di estetisti sta consegnando i documenti che mi assicureranno la paternità dell’idea… beh, sono pronto a rivelarla. Come sempre, gratis. Pur incorrendo nelle ire del mio editore, Urbano Cairo.

“Hai visto l’ultima puntata del Trono di Spade? Han fatto un Cangurotto”, ecco come dovremmo, potremmo e auspicabilmente arriveremo a dire a breve. Magari non del Trono di Spade, di cui mi frega personalmente meno di zero, ma so che è nel cuore di oltre il 32% del pubblico di questo blog. Il Cangurotto. Ricordate il Cangurotto? Cresciuto con il Trio (Solenghi, Lopez e Marchesini), ospitato da Mamma Rai quando Mediaset era Fininvest, Fininvest era ancora futuristica, Tele+ stava per iniziare a esistere e il satellite era quello del collegamento per le partite di Coppa… ecco, in quell’Italia il Trio era il Trio. Ed era una benedizione. Soprattutto, erano gli anni ’80.

Fast forward: alla fine del secolo, quando internet è ormai un’abitudine (ancora meravigliosa, ma comunque certa), quasi raggiunti i vent’anni, è proprio Lopez del Trio a spiegarmi per filo e per segno cosa si intenda con “totale mancanza di rispetto professionale e umano per se stessi”. Succede quando lo vedo infilato in un gigantesco affare di gomma vagamente somigliante a un canguro. Si muove impacciato e, mi piace sperare, imbarazzato sul palco di Buona Domenica. Lui, che Wikipedia mi ricorda aver debuttato a teatro alle prese con Pirandello, mi dà una definizione istantanea e tremendamente efficace delle trappole dello show business. Della crudeltà dell’uomo, verso il prossimo e verso se stesso. Mai prima di quel momento mi era successo di essere testimone di una tale, imbarazzante, ruzzolata sul palco. Un corto circuito e un inversione di marcia tanto deprimente eppure reale.

Voglio comunque credere che ci fosse qualche problema. Che Massimo Lopez sapesse alla perfezione quanto potesse essere degradante e che però fosse l’unica strada percorribile. Una strada che, agli occhi di qualcuno, avrebbe spappolato il suo curriculum vitae e tutto quanto fatto di buono fino a quel momento. Una strada umiliante in maniera stupida e violenta. Gli sarà servito, sarà stato essenziale. Vero Massimo?

Ma comunque, fatelo anche voi: usate il Cangurotto per raccontare l’indegno!

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