Fidlar, gli amici scemi dell’estate


Di , 30 luglio 2016

Titolo completo: Fidlar, gli amici scemi dell’estate di almeno dieci anni fa, più probabilmente quindici. Eppure la musichetta sbrah-sbrah, composta al 93% di ignoranza e al 7% di alcool, dell gruppetto californiano è ampiamente godibile anche se si punta decisi agli anta e si sono salutati gli enti. L’occasione, peraltro, ci è lieta per denigrare chiunque utilizzi questa cosa delle circa-finto desinenze, che peraltro aggiungono subito dieci anni netti al poveraccio (tipo il sottoscritto).

Troppo ciarlare di età? Ma è giusto così, madame+monsieur, perché i Fidlar sono musica bruciata e bruciante, roba che dura poco e vale quel che vale. Ma che per quel poco, vale tantissimo, soprattutto se fuori a bruciare è tutto il resto, perché l’estate ci va giù duro e non le manda a dire. Con Too la band di Los Angeles arriva, prevedibilmente, al secondo album. Senza tradire la miscela di punk gommosino e surf-qualcosa dell’LP, omonimo, di debutto.

Il dubbio da togliersi subito, di fronte ai circa 40 minuti di Too, è solo uno: riuscirà a bissare il tasso d’ignoranza di quello primo? Sono sufficienti pochi secondi per mettersi il cuore in pace e iniziare a fingere di pogare con l’armadio della cameretta, stringendo tra le mani una bottiglia di birra (meglio se nell’usuale sacchetto di carta da passeggiata della cinematografia USA). Sono i secondi che introducono a 40oz on Repeat, brano d’apertura tutto schitarrate un tanto al chilo e gioiosa interpretazione di Zac Carper, ben accompagnato dal resto della ciurma. C’è fin da questa apertura, comunque, una differenza rispetto all’album del 2013: la produzione è più ricca, accorta e pulita. Il suono si “mostra” roboante eppure levigato: viene perso in parte il tono “lo-fi” del debutto, ma a vincere è l’onda sonora che prende vita dalle casse/cuffie. Più travolgente che mai.

Il resto di Too è un susseguirsi senza troppi scossoni di quella musica, della stessa musica, scritta, interpretata e sorretta dall’unica droga che potrebbe farlo: l’ingenuità e la semplicità dei venti-e-qualcosa che ci danno dentro dietro alle pelli, con in braccio un basso, stracciando le corde di una chitarra o rantolando di amori da mezza nottata di fronte al microfono. Funziona perché chissenefrega, funziona perché l’energia è reale, onesta, stupida e galvanizzante.

Va bene anche se, magari a mesi di distanza e di ascolto, ancora si fatica a isolare quella traccia da quell’altra, per quanto qualcuna che riesca a spiccare c’è: per me pacche sulle spalle soprattutto a Punks, Sober ed Hey Jonny (senza dimenticarsi dell’ottima 40oz on Repeat già accennata. Va bene anche così, si diceva, perché conta più l’atmosfera generale che dagli mp3 ti spicciano casa fino a farla diventare una festa in piscina, piuttosto che la singola trovata o la costruzione perfetta e irripetibile di questi o di quei tre minuti.

I Fidlar sono estate almeno quanto il calciomercato, il ventilatore in salotto, il the freddo e le serate a bere qualcosa da qualche parte. Prevedibili e irresistibili.

Nota bene: si ringrazia il Kenobit per avermi introdotto al frizzantino mondo dei Fidlar.

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