Blur a Milano, Oasis all’inferno

blur_bg_live_dates_2

Se possibile, le diciotto canzoni che ieri i Blur hanno sparato in faccia al folto ed eccitato pubblico milanese rappresentano la finale e conclamata vittoria della band sui diretti rivali Oasis. Ex diretti rivali. Ex Oasis. Ex battaglia giocata più dalla stampa e dalla connivenza paciosa e divertita di Liam Gallagher, che da altri. E sì, l’argomento è stucchevole oggi anche più di quanto non lo fosse diciotto (!) anni fa, quando si consumò lo scontro più cruento: il lancio in semi contemporanea di “(What’s the Story?) Morning Glory” e “The Great Escape”. Io ero in Sardegna, in vacanza, senza televisione e con un sacco di libri e di Melody Maker e di New Musical Express e qualcos’altro ancora. Oggi, appunto, sono passati quasi vent’anni, gli Oasis manco esistono più e pare quasi ridicolo e crudele riaprire il confronto quando da una parte ci sono i Beady Eye e dall’altra questi splendidi Blur. Ma non sono stato io per primo, a farlo, giuro. Ieri, dopo un po’ di ressa per entrare all’Ippodromo del Galoppo (niente in confronto a quella che avrebbe regolato l’uscita stile tonnara), ci ritroviamo di fronte a un tizio con una maglietta: “Gli Oasis hanno l’AIDS”. Niente che possa ambire al premio fair play 2013, ma l’origine è nota. E poi, quella maglietta, era bianca bianca e con la scritta nera nera, pareva nuova di pacca: le possibilità sono due, o se l’era tenuta sotto naftalina dal 1996 o se l’era regalata apposta per l’occasione. Quindi non faccio inutile caciara, ma cronaca amici. Cronaca!

La cronaca del concerto, invece, è piuttosto inutile. I Blur tornano a Milano dopo dieci anni e qualche mese dall’ultima calata, allora in occasione del tour di “Think Tank”, oggi in occasione di… in occasione di nulla, la gente per strada, al supermercato, in officina e alla stazione del bus chiede ai quattro di mettersi lì e registrare un nuovo disco, ma loro nulla. Fermi. Impassibili. Con una mortadella sotto al braccio e in posa da semaforo, come insegnava Guzzanti con accento emiliano troppi lustri or sono. Però vanno ancora in giro ogni tanto, vanno in giro e salgono su un palco e ti cambiano il clima. Un po’ perché dopo il caldo e l’afa mortale delle ultime settimane, attorno all’Ippodromo milanese, in contemporanea con Popscene, arrivava finalmente una brezza che abbiamo chiaramente visto gente crollare ed esplodere nelle lacrime (eravamo noi, effettivamente). Un po’ perché quelli sul palco appartengono alla specie, che sempre andrà protetta, di chi a ogni chilo messo sulla pancia, a ogni capello schiarito in testa e a ogni dente dorato piazzato in bocca e anno passato sul calendario, acquista esperienza, voglia di suonare, capacità di farlo. Insomma, un concerto che, amici e amiche che seguite queste trasmissioni da distanza di sicurezza, nessuno si sarebbe dovuto far sfuggire. Una roba che forse anche le zanzare dai denti a sciabola potrebbero aver allentato momentaneamente la presa, ipnotizzate come il sottoscritto da Caramel. Uno dei pezzi che a Londra, nel 2009, non avevano fatto e che, caso mai servisse a qualcuno, riabilitano ulteriormente la seconda, strepitosa e imprevedibile, fase della carriera dei Blur.

tumblr_mjnhqmMoh61rrntzpo1_1280

Rispetto alla scaletta proposta da circa un mese, in giro per il mondo e l’Europa, con precisione chirurgica, la band regala al pubblico tricolore un pezzo extra: To the End, che peraltro, mi dicono le fonti sull’internet, non suonavano dal vivo proprio dal 2009. Ma sono i possenti e deliranti momenti strumentali di Beetlebum e di Out of Time o il gusto distorto di Trimm Trabb a dare la misura della classe, dello stile e della caratura di Albarn, Coxon, James e Rowntree. E del concerto. Perché poi okey, vorremo mica stare lì a dire che per non saper né leggere, né scrivere, hanno aperto con Boys & Girls così da mettere subito in chiaro tutto e sentirsi più leggeri dopo? Che a Parklife la gente saltava di gusto ma non quanto durante Country House (a naso sono i due singoli che li hanno consacrati definitivamente, ma rispettivamente nel Regno Unito e in Europa/Italia, c’è differenza e si è sentita anche ieri), che un numeroso collettivo di scalmanati (tra cui pure me) si è goduto ogni secondo di This is a Low? Non serve mica. Sarebbe servita Badhead, ma vabbè, prossima volta e comunque ad Hyde Park c’era, quindi non è che ci si possa lamentare troppo.

Ci si potrebbe, forse, lamentare di uno show da un’ora e mezza e nulla più. Ma quando i novanta minuti sono questi e sono chiusi in maniera tanto prevedibile, quanto roboante ed esaltante (The Universal e, ovviamente, Song #2), be’… signora mia… che ci vuole dire a ‘sti qua?

La scaletta:

  1. (Theme from Retro)
  2. Girls & Boys
  3. Popscene
  4. There’s No Other Way
  5. Beetlebum
  6. Out of Time
  7. Trimm Trabb
  8. Caramel
  9. Coffee & TV
  10. Tender
  11. To the End
  12. Country House
  13. Parklife
  14. End of a Century
  15. This Is a Low
  16. Under the Westway
  17. For Tomorrow
  18. The Universal
  19. Song 2

P.S. fatti di cui non si è parlato ma si poteva: 1) un tizio vestito da cartone del latte che riesce a salire sul palco durante Coffee & TV e a ballare/farsi abbracciare/ben volere dal gruppo, fino alla fine della canzone; 2) Albarn che s’apparecchia a terra durante una corsa giovanile e, imperterrito, si rialza in tempo record e continua a cantare. Quella roba da poco, ma che piace sempre.

Rispondi

5 commenti su “Blur a Milano, Oasis all’inferno

  1. “nessuno si sarebbe dovuto far sfuggire” questo è chiaramente riferito a me :(
    (ecco comunque potevate anche prendermi il biglietto ve l’avrei pagato!)
    ma per far finta di non essere terribilemente invidiosa vi dirò: “Non sono venuta per scelta. Come era possibile ripetere l’esperienza meravigliosa di Hyde park 2009? Impossibile.”

    1. Ma te l’ho anche chiesto se ci saresti venuta, tipo due mesi fa se non di più. Bastava fare un urlo e ti prendevo il biglietto, bestia! :P

  2. Sinceramente fai un Po ridere con questo articolo i blur potevano vincere solo senza rivali. Inoltre a knewborth davanti a 200 mila persone per due giorni di fila mi pare avessero già vinto. Hai scritto troppo da fan di parte ma gli idioti come te non sanno evidentemente apprezzare la musica per ciò che è. Non ti possono piacere tutti e due e fine? In ultimo direi che whats the story morning glory abbia venduto molto di più di the great escape. Ma informati va prima di scrivere. Parliamo di una band che non esiste più ma che i blur non sono arrivati nemmeno minimante a raggiungere. Un Po di buon senso e informazione non guastano la prossima volta

    1. Il Po (AFI: /ˈpɔ/) è un fiume dell’Italia settentrionale. La sua lunghezza, 652 km, lo rende il più lungo fiume interamente compreso nel territorio italiano, quello con il bacino idrografico più esteso (circa 71 000 km²) e anche quello con la massima portata alla foce, sia essa minima (assoluta 270 m³/s), media (1 540 m³/s) o massima (13 000 m³/s), oltre ad essere il quinto fiume europeo (esclusa la Russia) per portata media (dopo Danubio, Reno, Rodano e Nipro).