Hellfire (Megadrive)

Hellfire Megadrive

Fa piacere avere a che fare con gente onesta, ogni tanto. Prendete quelli di Toaplan e, una volta fatto, schiantateli a terra e scalciateli con crudeltà alla bocca dello stomaco. Alla fine del servizietto asciugatevi soddisfatti il sudore e lasciate detto “ora siamo pari”. Oh, beninteso, sempre che abbiate giocato a Hellfire. Altrimenti si va nel penale.
Onestà, si diceva: quella di chiamare il proprio gioco nella maniera più didascalica possibile. Le fiamme dell’inferno sono esattamente tutto quanto possiate aspettarvi da Hellfire, sparatutto della prima era Megadrive (annata 1990), proposto in occidente direttamente da Sega. Primo, perché a quell’epoca gli sparatutto con le astronavine andavano via come il pane. Secondo, perché il gioco firmato Toaplan era un buon esponente del genere. Per quanto infinitamente stronzo.


Hellfire Megadrive

Il primo impatto è già vagamente straniante, perché scegliendo di dare un’occhiata alle opzioni si viene messi di fronte alla solita domanda, cui di solito è difficile fornire risposta: giocare a livello Easy o a quello Hard? Non ci sono vie di mezzo. Il che, ovviamente, non è normale. Il duro&puro sa che vorrà giocarci ad Hard. Ma dentro cova il dubbio che sotto sotto forse si potrebbe iniziare a fare un giretto di prova con l’Easy. Quale che sia la scelta, l’esito è identico: sassi in piena faccia.
Non da subito. No. Magari alla fine del primo livello, quando però si crede di essere almeno alla fine del secondo: “sono ‘passati’ due boss e settemila nemici, come sarebbe a dire che siamo solo al termine del primo capitolo? Oltretutto sono anche morto due volte”. Tutto vero. E oltretutto ce ne sono altri cinque a separarvi dai riconoscimenti finali. Non propriamente robetta.
Se il primo stage non era stato sufficiente a capire che le ondate di nemici arrivano da ogni parte e che esplodono colpi in ogni maniera, direzione e velocità, a togliere ogni dubbio e ridurre al lumicino le speranze ci pensa il secondo. Quel che viene dopo è grasso che cola.
Hellfire MegadriveHellfire è magnificamente stronzo, quindi: ed è il suo limite tanto quanto il suo pregio. Le altre caratteristiche sanno di già visto (scrolling orizzontale, pod-aiutante, barriera, smart bomb). C’è un sistema di gestione delle armi in realtà interessante (soprattutto all’epoca). Con il pulsante “B” si può selezionare una tra le quattro configurazioni: colpo frontale, verso l’alto e il basso, alle proprie spalle o lungo le quattro diagonali. Si cambia a propria discrezione, quando ci si potenzia, tutti i cannoni crescono all’unisono e il solo problema rimane la possibilità di passare da una configurazione all’altra seguendo un pattern che prevede una sola direzione. Tradotto: se nella foga si è passati allo “sparo” sbagliato è necessario rifarsi tutto il giro. Con le ventimila al via, che possono facilmente essere i ventimila schiopponi presi dietro le orecchie.
Intendiamoci, non è che Hellfire fosse il più difficile della sua generazione, ma di certo appartiene alla famiglia degli ignobili. Peraltro reso ostico anche alla vista da scelte cromatiche azzardate come era tipico di quella fase della vita della console Sega. Non è brutto, solo sgraziato. E stronzo, caso mai il concetto non fosse passato.

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