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Onda su onda: l’arte della banalità

A New Tide (Gomez - 2009)
A New Tide (Gomez - 2009)

Anche a cercare con una bella lanterna, non c’è traccia di marea alcuna nei circa 40 minuti che servono ai Gomez per confezionare il seguito di un bel nulla. “A New Tide” non è la risposta a una proposta presentata tempo addietro dal gruppo inglese, né l’evoluzione di un discorso, ma semplicemente l’ennesimo episodio che vive di una luce presa in comodato d’uso dai due dischi precedenti. Niente di nuovo, come se il team si fosse trovato perfettamente d’accordo su quale musica e quali orizzonti addocchiare già cinque anni fa (“Split the Difference”) e da allora avesse solo cambiato il rullino, mantenendo fondamentalmente inalterate le foto.

Delle Polaroid veloci e raramente vogliose di vincere un qualche premio*, ma con delle didascalie d’eccezione, deliziose e sontuose nella loro minuziosità. 
Il segreto, assai poco segreto, di “A New Tide” è anche quello dei Gomez tutti. Fare di necessità virtù e nascondere i limiti, usando sufficiente fondotinta tanto da renderli pregi. I Gomez, dopo quei primi tre dischi (1997-2003) e dalle urla di giubilo che seguirono (provenienza accertata: il sempre nevrotico mondo della stampa specializzata inglese), non si sono più voluti muovere. Si sono invece ritagliati uno spazio in tanti begli sgabuzzini sparsi per il mondo, da dove ora registrano e attendono poi di miscelare il tutto quando decidono di ritrovarsi vis a vis per dare forma alla piccola cittadina del Lego che hanno di nuovo assemblato. E allora è quanto mai significativo il pezzo d’apertura di “A New Tide”: si chiama “Mix” ed è un imperativo, quello che accompagna la composizione di ogni pezzo. Ci sono chitarre acustiche sbocconcellate con pazienza, altre elettriche ammuffite il giusto per non finire nel country-college-rock di peggiore maniera e poi sapori decisamente meno banali. In “If I Ask You Nicely” il gioco si regge su un giro da quasi-contrabbasso che pare nascere dalle ore pomeridiane pre-apertura di un night club fumoso anni ’40, con il tramonto a filtrare irrispettoso dove non dovrebbe. Nella stessa traccia trovano spazio battiti delle mani, controcanti e addirittura una pianolina prestata direttamente da Mr. E. 
Nel loro unire con estrema pazienza ogni singolo ingrediente fino alla creazione di una colorata insalata primaverile, sta la forza dei Gomez. Il miscelare con misura e abilità non priva il disco della necessaria spinta vitale e di quel soffio di sincerità che solo apparentemente appare in netto contrasto con le pratiche da “piccoli alchimisti del suono” dei nostri.
Non sapranno spingersi fino ai crateri della luna, ma è giusto credere che nemmeno siano interessati a farlo: nel mentre in cui abbracciano placidamente una vita da musicisti soddisfatti e rifiutano di sperimentare (“In Our Gun”, 2002, pare destinato a rimanere l’ultimo episodio in tal senso), i nostri trovano comunque sufficienti condimenti per regalare “Win Park Slope” e altra robetta di poco conto simile.
Dispiaciuti dall’assenza di cavalloni? Godetevi le piccole onde perfette.

(in apertura di post: “Win Park Slope”- Gomez)

Gomez – A New Tide
ATO – 44 minuti
Queste dovete ascoltarle: Win Park Slope, Mix, If i Ask You Nicely

Zavalutazione: ♥♥♥

* Come i sassi si bullano di sapere: nel 1998 i Gomez hanno vinto il Mercury Prize per l’album dell’anno con il loro disco di debutto “Bring it On”.

4 risposte su “Onda su onda: l’arte della banalità”

I Gomez li ho “visti” di supporto ai Pearl Jam a Berlino. Il meglio che ne posso dire è che non mi han dato fastidio mentre facevo la coda, dallo spaghettaro Thai prima, dal bibitaro poi, davanti al cesso infine.

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